Allora, alzi la mano chi, quest’anno, ha acquistato dei semplici biglietti, i bristol bianchi, con il cartoncino, dei francobolli e si è messo seduto per scrivere con bella grafia gli auguri di Natale.
Certamente non io, la mia grafia è ormai oggetto di studio da parte di chi esamina la scrittura cuneiforme, ma penso nessuno di voi.
Oggi anche i biglietti cartacei a Natale sono passati di moda, come le cartoline illustrate durante un viaggio. Pura archeologia comunicativa.
Inizialmente sostituiti dalle mail, ma ancora boccheggianti, hanno avuto il loro colpo di grazia con sms, whatsapp e affini.
La possibilità poi di personalizzare i messaggi e arricchirli con video, gif, fumetti, magari con noi stessi protagonisti, ha dato il via ad una creatività che oltre a stupire soddisfa , diciamo, il nostro narcisismo.
Ricordo che mio padre dedicava uno dei pomeriggi delle prime settimane di dicembre a questo rituale, lui sì che aveva una bella scrittura (conservo ancora qualche suo appunto!) e scorreva fluida su quel cartoncino per inviare gli auguri di tutta la famiglia a zii, nonne, nonni e amici .
Alcuni li firmava solo lui, con la semplice dicitura Famiglia Conti, altri venivano arricchiti dalle firme di mamma, di me e mio fratello Paolo. Forse ha fatto in tempo anche mia sorella Federica a fare qualche piccolo scarabocchio, ma è arrivata così tanto tempo dopo che magari affidavamo già al telefono il nostro buon Natale.
Infatti, dimenticavo, il primo ad annientare questo rituale cartaceo è stato il telefono. Oggi è talmente diffuso che molti si possono permettere il lusso di disdire la linea fissa ad appannaggio della sola mobile, fossero vissuti negli anni ’70 ci penserebbero prima di commettere questo sacrilegio.
Allora l’installazione di una linea telefonica, in un’area mediamente urbanizzata, richiedeva anche 6 mesi, se poi avevi qualche santo in SIP (la società che allora gestiva il telefono in regime monopolistico) potevi sperare di cavartela in due.
Se poi si parlava di piccoli paesini, l’ubicazione geografica era irrilevante, potevano trascorrere anni. Per gli anziani di allora rappresentava quindi una valida alternativa il posto pubblico, generalmente ubicato nel bar in piazza, ad un tiro di voce (infatti chi era desiderato al telefono veniva chiamato urlando!).
Con il tempo, e la diffusione dei telefoni, gli auguri si umanizzarono attraverso la voce e quindi già da allora i biglietti subirono la prima regressione.
C’è da dire però che mentre oggi, anche quando faccio gli auguri attraverso queste piattaforme, cerco di infondere un po’ di calore, dedicandovi tempo e attenzione, ovvero inserendo il nome del destinatario, unendo disegni e foto a lui gradite, ci sono amici e parenti che sposano in pieno i concetti di ottimizzazione e menefreghismo.
Non si sprecano più di tanto, scrivono un messaggio neutro tipo “Auguri a tutti voi” e ti inseriscono in un gruppo di invio. Con un click via il dente via il dolore. In questo modo il “tutti voi” accomuna sia una famiglia che uno e il suo gatto.
Chi è solo, generalmente un parente, non viene proprio fatto oggetto di invio di auguri, questo per un semplice motivo tattico, evitare il rischio di doverlo invitare, quando poi capiterà d’incontrarlo basterà subito accusarlo “perchè non hai risposto ai miei auguri?” .

Un esempio di “fotocartolina natalizia: un altro modo, allora “innovativo”, di fare gli auguri.









