-8 NATALE: TEMPO D’AUGURI

Allora, alzi la mano chi, quest’anno, ha acquistato dei semplici biglietti, i bristol bianchi, con il cartoncino, dei francobolli e si è messo seduto per scrivere con bella grafia gli auguri di Natale.
Certamente non io, la mia grafia è ormai oggetto di studio da parte di chi esamina la scrittura cuneiforme, ma penso nessuno di voi.
Oggi anche i biglietti cartacei a Natale sono passati di moda, come le cartoline illustrate durante un viaggio. Pura archeologia comunicativa.
Inizialmente sostituiti dalle mail, ma ancora boccheggianti, hanno avuto il loro colpo di grazia con sms, whatsapp e affini.
La possibilità poi di personalizzare i messaggi e arricchirli con video, gif, fumetti, magari con noi stessi protagonisti, ha dato il via ad una creatività che oltre a stupire soddisfa , diciamo, il nostro narcisismo.
Ricordo che mio padre dedicava uno dei pomeriggi delle prime settimane di dicembre a questo rituale, lui sì che aveva una bella scrittura (conservo ancora qualche suo appunto!) e scorreva fluida su quel cartoncino per inviare gli auguri di tutta la famiglia a zii, nonne, nonni e amici .
Alcuni li firmava solo lui, con la semplice dicitura Famiglia Conti, altri venivano arricchiti dalle firme di mamma, di me e mio fratello Paolo. Forse ha fatto in tempo anche mia sorella Federica a fare qualche piccolo scarabocchio, ma è arrivata così tanto tempo dopo che magari affidavamo già al telefono il nostro buon Natale.
Infatti, dimenticavo, il primo ad annientare questo rituale cartaceo è stato il telefono. Oggi è talmente diffuso che molti si possono permettere il lusso di disdire la linea fissa ad appannaggio della sola mobile, fossero vissuti negli anni ’70 ci penserebbero prima di commettere questo sacrilegio.
Allora l’installazione di una linea telefonica, in un’area mediamente urbanizzata, richiedeva anche 6 mesi, se poi avevi qualche santo in SIP (la società che allora gestiva il telefono in regime monopolistico) potevi sperare di cavartela in due.
Se poi si parlava di piccoli paesini, l’ubicazione geografica era irrilevante, potevano trascorrere anni. Per gli anziani di allora rappresentava quindi una valida alternativa il posto pubblico, generalmente ubicato nel bar in piazza, ad un tiro di voce (infatti chi era desiderato al telefono veniva chiamato urlando!).
Con il tempo, e la diffusione dei telefoni, gli auguri si umanizzarono attraverso la voce e quindi già da allora i biglietti subirono la prima regressione.
C’è da dire però che mentre oggi, anche quando faccio gli auguri attraverso queste piattaforme, cerco di infondere un po’ di calore, dedicandovi tempo e attenzione, ovvero inserendo il nome del destinatario, unendo disegni e foto a lui gradite, ci sono amici e parenti che sposano in pieno i concetti di ottimizzazione e menefreghismo.
Non si sprecano più di tanto, scrivono un messaggio neutro tipo “Auguri a tutti voi” e ti inseriscono in un gruppo di invio. Con un click via il dente via il dolore. In questo modo il “tutti voi” accomuna sia una famiglia che uno e il suo gatto.
Chi è solo, generalmente un parente, non viene proprio fatto oggetto di invio di auguri, questo per un semplice motivo tattico, evitare il rischio di doverlo invitare, quando poi capiterà d’incontrarlo basterà subito accusarlo “perchè non hai risposto ai miei auguri?” .

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Un esempio di “fotocartolina natalizia: un altro modo, allora “innovativo”, di fare gli auguri. 

 

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-9 NATALE: FIOCCHI, FIOCCHETTI E FRATTAGLIE

Esisteva un tempo in cui realizzare i pacchetti regalo era prerogativa di persone esperte. Solo loro sapevano infatti maneggiare con destrezza carta e nastri. Creavano confezioni che a scartarle si faceva peccato, tanto erano belle.
Poi durante il Natale le arricchivano di oggettini a tema e se poi erano per bimbi di adesivi e giocattolini.
In seguito è nato il mercato del fai da te, quindi ciascuno di noi nasconde i regali in casa, poi, dopo averli recuperati (alcuni li stanno ancora cercando!) la notte della vigilia, quando pensa che gli altri dormono, si dà al bricolage, confezionando ed imprecando (considerato po che è nato da poco Gesù Bambino…)
Infatti sia l’ora che le singole capacità personali raramente si sposano con carte lucide delicate, fiocchetti e il maledetto scotch anzi forse servirebbe trangugiarne un po’, l’altro, per dar vita al proprio estro creativo.
Io, dopo innumerevoli tentativi e consequenziali fallimenti, mi sono arreso, non sono capace, quindi mi affido a professionisti.
O la stessa commessa del negozio, o quei banchetti i cui volontari destinano la vostra offerta a operazioni umanitarie.
Devo dire che, pur essendo Natale, non sempre il lavoro di questi volontari e la loro buona azione è premiata. Come i 12 pacchetti fatti preparare fuori dalla Feltrinelli di Monza e ricompensati da un distinto signore con soli due euro. Ma si sa la generosità è spesso un’opinione.
Comunque meglio affidarsi ad altri, sicuramente vi eviteranno brutte figure, voi, magari, potrete concentrare i vostri sforzi verso il biglietto che servirà anche a distinguere i pacchetti, spesso uguali.
Anche qui però la scelta di un piccolo bigliettino è sufficiente, a voi serve come geolocalizzatore del dono e al destinatario per non sentirsi in colpa qualora si sia dimenticato di farlo anche lui.
Spesso infatti, un regalo, viene accompagnato da un biglietto più prezioso dello stesso dono, creando anche l’aspettativa che sia conservato, specie tra parenti, ed essere riesibito su richiesta negli anni successivi , manco fosse un documento. Si narra siano state rinvenute scatole piene solo di biglietti di auguri, non era dovuto alla mania di conservare il tutto ma ai possibili problemi con i parenti se non lo avesse fatto.
Comunque la magica armonia della mattina di Natale è anche questo, datevi un minuto, osservate tutti quei bei pacchetti sotto l’albero (ecco perché io non li preparo più, erano orribili!), è la magia di un momento, godetevela tutta, dopo pochi minuti tutti quei nastri, tutte quelle carte saranno pronte per la raccolta differenziata e suo modo, ahimè, sarà il segnale che anche questo Natale è arrivato e se ne sta andando, e voi sarete percorsi da una gioiosa malinconia. 

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-10 NATALE: “I GRANDI PROTAGONISTI…I GIOCATTOLI”

Un capitolo a parte meritano i giocattoli trovati sotto l’albero, oppure solo desiderati, oppure visti ed esaminati presso un negozio di giocattoli, per poi essere cancellati dalla lettera indirizzata a Babbo Natale.
Iniziamo con Sapientino e Sapient Robbie, rispettivamente per mio fratello e per me, due giochi della Clementoni. Oggi sono pura archeologia ludica, ma allora l’idea che con due spinotti s’indovinasse la risposta ad una domanda era altro che innovazione tecnologica.
Un Natale invece ricevetti il classico piccolo chimico, non quello dell’italiana Max ma di una casa inglese, la scatola 2 ( erano divise per complessità) . C’era la provetta di rosso congolese che, diluita in acqua, scoprii provocava l’effetto sangue. Comunque, in seguito, con un amico decidemmo di gemellare il mio piccolo chimico e il suo, guarda caso proprio della Max, obbiettivo distillare la grappa, risultato: mai distillare la grappa già distillata, esplose tutto.
Ricordo che esisteva sempre un consulto tra me e mio fratello Paolo per far si che, dividendo le richieste tra di noi, ci regalassero i giochi e i libri che desideravamo. L’anno delle Giovani Marmotte arrivò per lui il primo dei libri di Richard Scarry. Da allora, quasi ogni anno ne arrivava uno, e devo dire che ancora oggi mi è capitato sia di risfogliarlo (tranquilli l’ho comprato non è quello di mio fratello!) che di regalarlo. Il modo di narrare di Scarry in quel mondo di animali che vanno dal sergente Multa al ladro Gorilla Banana, dal gatto Sandrino al verme Zigo Zago, è divertente ed istruttivo. Meritavano e meritano!
Odiavo i regali “utili”, poi che senso aveva regalare sciarpe e guanti stando in Sicilia, manco avessimo abitato in Val d’Aosta. Eppure qualcuno lo ha fatto, ovviamente ho rimosso chi.
Invece un Natale mi arrivò uno dei primo kit per il Pongo, quella plastilina tutta colorata, con un macchinario per impastarlo e farne cubetti da lavorare con numerose formine.
Lo aveva portato mio padre da un suo viaggio a Milano e si vedeva. No, non per fare polemiche, ma vivere negli anni ’70 in Sicilia comportava delle forti limitazioni per l’approvvigionamento di giocattoli. Dovete sapere che il notiziario ufficiale a cui attingere per ispirazioni ludiche era Topolino, di regola poi, giornaletto alla mano, si andava nei negozi di giocattoli a sbirciare, ma almeno il sessanta per cento di quei balocchi non c’era mai.
Ricordo la linea dell’agente segreto Robinson, vista ed ammirata su Topolino ma mai trovata, neanche a Messina (minchia! trenta chilometri di distanza, vuoi mettere!)
Pertanto quando mio padre incastrava un suo viaggio prenatalizio o meglio andavamo a trascorrere il Natale  a Roma, dai parenti, l’evento assumeva i contorni di una grande abbuffata. A Roma, infatti, c’era un negozio di giocattoli, la VE.BI, di ben 4 piani. Per un bambino, entrarci, sotto le feste, equivaleva ad entrare veramente nel paese dei balocchi. Era l’occasione per tradurre desideri in realtà .
Oggi i giocattoli sono cambiati, si chiamano iPad, iPhone, sono il primo a divertirmi con le numerose applicazioni che offrono, eppure una macchinina, un pupazzetto, fanno sempre felici i bambini, ora come allora.
Quindi, a meno che non vi chiedano quelli di Iron Man, evitate i guanti a Natale ma non dimenticate mai di comprargli un giocattolo.

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– 11 “NATALE: TEMPO DI FESTE AZIENDALI”

Il mio percorso lavorativo mi ha visto come dipendente solo due, tre anni presso il sindacato dei commercianti e quindi anch’io ho vissuto il clima delle feste natalizie in ufficio,  le bicchierate beneauguranti con coloro che ti avrebbero gettato volentieri nella tromba delle scale o accoltellato in bagno.
Ricordo di essere rimasto sconvolto dall’esibizione di un venticinquenne che sdraiatosi per terra a bocconi, con le braccia e le gambe divaricate, cominciò a sussultare per poi rovesciarsi, mantenendo integra la postura degli arti, in posizione supina. Questa performance, avvenuta davanti al Segretario Generale (parafrasando Fantozzi una sorta di “megadirettore galattico”) fu intitolata dallo stesso artista “frittura di un uovo”. Non l’ho più visto e sentito da allora, spero abbia lasciato il lavoro e si sia dedicato all’attività circense; ripetere ogni anno tutto ciò, con l’avanzare dell’età, è difficile, a meno che non specializzarsi nella figura dell’uovo sodo.
Di conseguenza, adesso, sono amici, parenti, che mi testimoniano ogni anno il momento in cui i vertici li omaggiano della loro accondiscendenza, invitandoli ad una festa dove, però, non si mangerà solamente ma ci si divertirà.
Ecco è questo “divertirà” che suona pericoloso e lo capisci quando all’ingresso ti viene consegnato il cappuccio di Babbo Natale. Sarà la prima forma di violenza che ti attende, non tanto verso gli uomini, i giovani sono ormai generalmente pelati, gli altri hanno un’incipiente calvizie frontale, ma le donne? Tre ore di parrucchiere per fare schiattare le colleghe annientate da un berretto rosso polveroso. E va già alla grande se non ha le stelline con le luci intermittenti. Ovviamente nessuno dei dirigenti, uomini o donne che siano, si presterà a ciò, salvo il responsabile marketing e i suoi adepti che devono dimostrare al megadirettoretransgalattico la bontà delle idee.
Ovviamente la regola vuole che dopo ciò ci si accomodi e s’inizi, sbagliato! Dopo un aperitivo leggero, si prende posto come ad un matrimonio (ricerca posto sul tabellone e quindi del tavolo con collega più antipatico al tuo fianco) e quindi per la successiva ora ecco un paio di filmati celebrativi e alcuni interventi di megadirigenti. Le nuove regole vedono, da qualche anno a questa parte, lo svolgersi di tutto ciò nella lingua madre della società, regia aurea delle multinazionali, anche se residenti in Italia, e quindi il tutto viene sorbito con la “massima” attenzione in inglese o in francese. Potrebbero anche dichiarare la “supercazzola” ma l’80 – 85 per cento dei presenti non lo capirebbe, più che un berretto da Babbo Natale avrebbero bisogno di una maschera con un sorriso di circostanza .
Ovviamente lo “stalking” da festa aziendale è solo all’inizio; dopo una cena generalmente a livello di catering da comunione, iniziano le “feste”. Improbabili animatori coinvolgono i presenti in giochi, trenini, lazzi e scherzi. Fotografi improvvisati immortalano il tutto che servirà per successivi ricatti, e nel frattempo, come si conviene, i mega dirigenti se ne sono andati lasciando la plebe nell’illusione di divertirsi.
Tutto ciò ha un costo in denaro e non serve a niente nei confronti della comunicazione e socializzazione interna. L’indomani tutti dovranno tornare nei loro ranghi e i mega provvederanno, come di regola, a non salutare i mini.
Forse, sarebbe meglio, piuttosto che l’allestimento di questo atto di concessione, dal sapore medioevale, i soldi fossero destinati ad opere benefiche, magari con una rappresentanza aziendale chiamata sì ad interpretare Babbo Natale ma per portare dei doni ai bambini ammalati di un ospedale. Si guadagnerebbe in reputazione e come la festa natalizia anche questo sarebbe deducibile fiscalmente.

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-12 “ALBERO O PRESEPE”

Per me entrambi, e, se possibile, in versione XXL. Lo so sarò un matto, ho sposato una folle, ma l’attuale mia dotazione degli allestimenti natalizi è composta da almeno otto casse. In esse sono custodite le decorazioni della casa, dell’albero e del presepe.
Li facciamo entrambi. L’albero è alto circa un metro e ottanta e rifuggo ormai da quelli naturali, m’intristisce vederli morire, mi sono quindi indirizzato verso un robusto made in China, che, ogni anno, viene reinterpretato in modo diverso, l’importante però è mettere le luci prima e verificare, ancor prima, che funzionino. Montare le luci e accorgersi poi, che a causa di una lucina su 180, la catena risulta tutta o parzialmente fulminata, provoca un’ondata di panico enorme. Un albero senza luci poi è, è … “spento”.
La disposizione delle luci sull’albero è strategica, in un appartamento da spot televisivo l’albero troverebbe collocazione al centro della sala, visibile da tutte le parti, difficile questo accada in un normale trilocale, per stare larghi. Ecco perché, una faccia, quella che dà verso il muro, risulterà non vista, quindi meglio lasciarla, come la faccia nascosta della Luna, al buio, le luci potranno così dare il meglio nei restanti lati.
Le decorazioni sono lasciate al gusto e all’estrosità dei “decoranti”. Ovviamente è staticamente provato che più sono belle più sono fragili e difficilmente sopravviveranno per il prossimo Natale. O meglio le vedrete il Natale successivo, saranno lì bellissime, integre, per poi schiantarsi sul pavimento due minuti dopo essere state posizionate.
Suggerisco di non creare palle di natale con i nomi di parenti, amici, fidanzati, amanti, in caso di inaridimento dei rapporti le palle …. a voi le possibili considerazioni da cinepanettone.
Comunque io personalmente sono legato alle decorazioni in vetro colorato, mi ricordano l’ infanzia e le ore passate a guardarle. Avevano un effetto ipnotico come le spirali nelle biglie di vetro.
Il presepe è un altro discorso, innanzitutto richiede impegno e spazio, in caso contrario “accattatevi” una capannina e alla fine del periodo riponetela con il tutto.
Non è necessario arrivare alla perfezione di alcuni creatori, ricordo un presepe opera di mio padre con l’aiuto di Pietro, un figlio di amici, alcune capanne furono realizzate con la cartapesta, il muschio e il terriccio erano autentici, mancavano solo le pecore in salotto poi con gli zampognari (quelli erano veri, vennero in casa a trovarci!) il quadro era completo.
Per quanto mi riguarda, visto che il presepe è dotato di alcune figure e parti in movimento, dalla fontana al fuoco dal falegname al pizzaiolo (sì proprio lui, acquistato ad Ischia) ho destinato una cassa ai cavi che servono a collegare tutto ciò. Meglio averli sempre pronti che privare computer e tv di alimentazione energetica.
Segue quindi la realizzazione vera e propria del presepe, opera esclusiva di Gabriella, mia moglie. Che, rassegnata, lascia me il tocco di follia finale, quando alcuni personaggi “inusuali” vengono nascosti tra pastori e cammelli, una sorta di “Dov’è Wally!” che ha visto protagonisti da Darth Vader di Guerre Stellari a San Francesco, da un Alpino a Simpsons. Quest’anno potrebbe essere il turno dei Minion…chissà.
Comunque controllate sempre la fontana, prima d’installarla e riempirla, un’inondazione del presepe non prevede interventi della protezione civile ma solo un grande danno con parolacce varie e dato chi è il protagonista della rappresentazione non mi sembra proprio il caso.

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-13 “LA STRAGE ASPETTANDO NATALE”

Quando hai solo otto anni per te il Natale è il momento più bello, se poi abiti in Sicilia, in una grande casa, dove giochi come un matto, con il tuo fratellino di quattro anni, ed insieme immaginate i regali che porterà Babbo Natale e che troverete sotto l’albero, tutto questo è molto di più, è bellissimo.
La letterina di Natale, fare il bravo, decorare l’albero, aiutare nell’allestimento del presepe, questi i problemi di un bambino di otto anni fino a quando, fino a quando un televisore Mivar in bianco e nero, con tanto di stabilizzatore per l’accensione, ti fa diventare improvvisamente grande e ti accorgi che qualcosa di brutto, di mostruoso, è accaduto.
Quando dalle edizioni del telegiornale, che guardi con papà, capisci che non è stata una caldaia (perchè poi daranno sempre colpa alle caldaie?) ma una bomba, che sono morte 16 persone e decine di feriti affollano le corsie degli ospedali (alla fine saranno 87) .
Che per loro non sarà un bel Natale, anzi non ci sarà proprio. E comprendi che qualcosa è cambiato, pur essendo ancora un bambino, quando vedi le immagini del funerale, al Duomo, rese ancor più lugubri dal bianco e nero della Rai di allora.
La strage di Piazza Fontana, avvenuta alle 16.37 del 12 dicembre 1969, tristemente nota poi come “la madre di tutte le stragi”, rappresenta questo per la mia generazione un brutto regalo che non avremmo mai voluto trovare. L’inizio di una follia distruttiva che, come tutte le follie, non condusse e produsse niente se non lutti e morti, e che ci fece diventare più adulti nostro malgrado.
Mi sembrava doveroso dedicare un pensiero a queste vittime a cui non fu data mai vera giustizia.

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-14 “LE LUCI DEL NATALE”

“Com’è bella la città
com’è grande la città
com’è viva la città
com’è allegra la città.
Piena di strade e di negozi
e di vetrine piene di luce”
Così cantava Giorgio Gaber, e mai, come in questi giorni, è di attualità l’ultima strofa.
Le città e con essa i negozi, i grandi magazzini, i centri commerciali, si appropriano, durante il Natale, della funzione di dare luce al paese.
Sarebbe interessante, durante questo periodo, esaminare la nostra penisola dallo spazio infinito, a mio modesto parere potremmo apparire come una lunga pista aeroportuale, pronta per l’atterraggio di Babbo Natale.
Tralasciamo i soliti discorsi da “braccino corto” della serie “forse esagerano!”, “che spreco!”, “ai miei tempi …” ma soffermiamoci solo su un aspetto, quello del cattivo gusto, figlio dell’eccesso sfrenato e dei dilettanti delle luci.
Anche a me piace vedere un po’ di luminarie in un condominio, lo ravviva , lo rende divertente, forse più di quelli che lo abitano, ma trasformare il proprio balcone in una triste succursale della vecchia Las Vegas il passo è breve.
Ricordo un paio da anni fa un bagliore visto da lontano, era l’accensione, su un minuscolo terrazzino, di una decorazione luminosa raffigurante la slitta di Babbo Natale, accompagnata da un raggio laser rivolto al cielo. Mancava solo la sagoma del pipistrello e avremmo avuto il bat-segnale che usava il commissario Gordon per chiamare il mitico Batman.
Ci sono poi quelli mettono luci in sincrono con la musica, in questo caso forse dovrebbero ricordare che ci sono dei vicini e verificare se hanno pagato i diritti alla SIAE, i loro ispettori sono capaci di scendere anche giù dal camino.
Quelli che hanno le micro villette si scatenano poi con alci illuminate a giorno o faretti che sparano effetti da discoteca sulla superficie della casa.
Solo l’idea di far saltare il contatore tiene a freno l’immaginazione e la creatività ma certo se non ci fosse tutto ciò che Natale sarebbe.
Come dice Luciano Ligabue in “Urlando contro il cielo”
“Non si può sempre perdere
per cui giochiamoci
certe luci non puoi spegnerle”

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– 15 “LA CUSPIDE DI NATALE”

Immaginate, ma solo per un attimo, di essere un uomo del sud, avete trascorso tutta l’infanzia festeggiando la vigilia di Natale. Per voi il rituale del cenone di magro (che poi con un capitone dove è il magro ?) non ha segreti.
Ogni Natale è stato contraddistinto dal cenone, seguito dalla messa di mezzanotte e poi dal ritorno a casa dove si è un po’ giocato in attesa che il sonno prendesse il sopravvento.
Immaginate adesso che vi siete fidanzati con una ragazza del nord, che nel frattempo vi siate trasferiti con la vostra famiglia al nord: sta per accadere una delle più tremende catastrofi alimentari, temuta dai dietologi, invisa allo stesso colesterolo che la irride e la schifa, stiamo parlando della “cuspide di Natale”.
Il soggetto proveniente dal sud continuerà infatti a mantenere la tradizione della vigilia ma, il giorno dopo, non farà solo una lauta colazione, restando ad oziare, in pigiama, e scartando i regali, ma dovrà docciarsi e andare al pranzo di Natale della famiglia della sua fidanzata che, in perfetto stile brianzolo, avrà luogo alle 12 spaccate, quando il Papa benedice urbi et orbi e il capitone è ancora vivo nelle tue viscere.
Il tutto terminerà verso le 15, ma non vi alzerete ancora per la passeggiatina digestiva, ormai non ce la fate più, fate i brillanti, ingollate caffè e liquori e proponete tombolate varie, il tutto per evitare di crollare sotto il peso del troppo cibo.
A questo punto una vecchia zia propone di andare alla messa di Natale del pomeriggio e così voi vi unite per prendere un po’ di fresco ma vi accorgete subito che il sonno post prandiale è in agguato, e non potete nascondervi per una pennichella dentro il confessionale, come ha fatto una vicina alla messa di mezzanotte, allora provate a stare svegli , contate le piastrelle in chiesa, le persone, ma poi uno strattone della vostra zita (fidanzata per i nordici) vi fa ridestare dall’abbiocco.
A questo punto tornate a casa, sono circa le 18, vi scambiate i regali, qualche fettina di panettone, un brindisi ma poi mentre pensate che è ora di andare la futura suocera propone un brodino come cena solo che dentro il piatto c’è una confezione a testa di tortellini.
La fine è arrivata, vostra e della giornata, per voi sarà tanto dire sono sopravvissuto alla cuspide di Natale e penserete come il replicante di Blade Runner “ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: arrosti in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto le capesante e i crostini di fegato balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella digestione.”
E con questa visione apocalittica e un bicchiere da birra di acqua, bicarbonato, zucchero e limone (tipico digestivo terrone) vi addormenterete, tanto come disse una certa Rossella “domani  è un altro giorno…” e meno male che non ci sono cenoni..Gli avanzi? No, no, sono a dieta.abbuffate-natale

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-16 “NATALE, TEMPO DI PARENTI SERPENTI”

Una delle mie tradizioni natalizie è la visione, durante le feste, di un capolavoro di Monicelli, “Parenti Serpenti”.
Per anni mi sono dovuto accontentare di una vecchia videocassetta (ormai oggetto da museo) poiché il film non era disponibile su dvd e dato l’argomento, non propriamente “rose e fiori” , era più facile vederlo trasmesso in tv in estate che durante le feste.
Poi, un giorno, su eBay , ho trovato una versione dvd in Brasiliano “Parente é Serpente” con audio anche in italiano, e da allora la sua “proiezione” avviene con cadenza annuale, tra panettoni e regali.
Il tema del film, per chi non lo conoscesse, è presto detto, una grande famiglia si riunisce in un paesino del centro sud, presso i nonni, per le feste di Natale. Apparenti baci, abbracci, carezze e doni, nascondono risentimenti, odi, invidie, gelosi, segreti, e, dopo un primo tempo, dedicato ad affrescare il tutto nel perfetto climax natalizio, Monicelli ci dà un secondo tempo decisamente più dark, quando i figli e le rispettive famiglie entrano nel panico, motivo: la decisione dei nonni di andare a vivere con uno di loro.
“Parenti Serpenti” è per me un capolavoro, non è una commedia all’italiana, è la commedia italiana.
Conosco, ho vissuto, quel clima familiare, quei profumi, quei suoni, ma ricordo anche quando Mamma e Zia, in cucina, davanti al caffè appena uscito e al pane abbrustolito, dove dopo avrei spalmato la ricotta (panna nel caffè! Specie in quello alla napoletana!) parlavano o meglio sparlavano di quella o di quell’altra parente.
Naturalmente non si sono mai raggiunti gli eccessi che vedrete nel film (guardatelo, regalatevelo, adesso è disponibile il dvd anche in Italiano) ma le analogie sono tante, troppe, purtroppo.
Considero “Parenti Serpenti” come “Canto di Natale” di Dickens, un appuntamento terapeutico natalizio, un film da vedere e da far vedere, magari da regalare a quei parenti che sprecano la loro esistenza guardandovi cupi, cercando di farvi sentire in colpa, rispondendo alle vostre telefonate, anche quelle fatte a Natale (nonostante non vi rivolgano la parola voi non desistete!) con grugniti o parole di circostanza, cavate a forza, senza un minimo di calore umano, omettendo anche semplici “ciao” seguiti dai naturali “come stai”.
Fatelo per voi ma soprattutto per loro, eviteranno il naturale progressivo abbrutimento e di pagare il conto salato di un analista.

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-17 “NATALE DAL BARBIERE”

Consentitemi un viaggio nel tempo, in un’epoca, in un mondo, che ormai non c’è più, sostituito da termini come parrucchiere, coiffeur, hair styilist e chi più ne ha più metta, l’epoca del barbiere.
Così era nomato colui che si occupava dei “peli” maschili, capelli, barba e baffi. L’accesso era regolamentato, specie nel sud della penisola, da cannucce che si aprivano al passaggio umano. Dentro almeno sei poltrone, con, a lato, una cinghia in cuoio dove affilare il rasoio. Vecchie schedine del totocalcio, vicino alla schiuma da barba, in modo da raccogliere quella usata.
Un divano e qualche poltrona, tutte in rigorosa finta pelle, accoglievano i clienti che attendevano con letture variegate, Oggi, Gente, Domenica del Corriere, qualche quotidiano locale come la Gazzetta del Sud e la mitica Cronaca Vera, antesignano scollacciato, in versione cartacea, della Vita in Diretta.
Un cavalluccio su una pedana girevole era dedicato ai piccoli clienti, un modo per tranquillizzarli durante il rito d’iniziazione.
Andare dal barbiere era infatti un rito, il momento della rasatura, era per tanti paragonabile ad un vero momento di piacere assoluto, in particolare quando dopo aver tolto la schiuma, prima di mettere la lozione dopo barba, veniva sapientemente calato sul viso un panno caldo, utile a purificare e a calmare la pelle.
Quindi seguivano quelle lozioni alcoliche che potevano essere tranquillamente utilizzate per operazioni di pronto soccorso.
Il barbiere era di solito un amico, un confidente, serviva per conoscere gli ultimi avvenimenti del paese. Molti si chiamavano Franco e Pino, ma questo era dovuto, per me, al fatto che al momento di acquistare l’insegna erano disponibili, perlopiù, questi nomi e quindi piuttosto che sobbarcarsi in ulteriori spese si optava per un nome d’arte.
Lungo preambolo per sottolineare che anche in questo ambiente, molto familiare, era tradizione festeggiare il Natale, un caffè abbondantemente corretto, un aperitivo, una mancia al ragazzo che spazzolava dai peli superflui ed in omaggio il calendarietto.
Poggiato in un cestino di vimini, una sorta di librettino con i dodici mesi, il tutto tenuto insieme da un cordino colorato. I barbieri affidavano ogni mese ad immagini sacre o di attrici e attori, ma i più ricercati erano quelli con le cosiddette “donnine nude”.
Tutti, comunque, “profumavano” di lozione Floid che entrò, così, di buon diritto, tra gli odori e gli aromi del Natale.

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