Quando hai solo otto anni per te il Natale è il momento più bello, se poi abiti in Sicilia, in una grande casa, dove giochi come un matto, con il tuo fratellino di quattro anni, ed insieme immaginate i regali che porterà Babbo Natale e che troverete sotto l’albero, tutto questo è molto di più, è bellissimo.
La letterina di Natale, fare il bravo, decorare l’albero, aiutare nell’allestimento del presepe, questi i problemi di un bambino di otto anni fino a quando, fino a quando un televisore Mivar in bianco e nero, con tanto di stabilizzatore per l’accensione, ti fa diventare improvvisamente grande e ti accorgi che qualcosa di brutto, di mostruoso, è accaduto.
Quando dalle edizioni del telegiornale, che guardi con papà, capisci che non è stata una caldaia (perchè poi daranno sempre colpa alle caldaie?) ma una bomba, che sono morte 16 persone e decine di feriti affollano le corsie degli ospedali (alla fine saranno 87) .
Che per loro non sarà un bel Natale, anzi non ci sarà proprio. E comprendi che qualcosa è cambiato, pur essendo ancora un bambino, quando vedi le immagini del funerale, al Duomo, rese ancor più lugubri dal bianco e nero della Rai di allora.
La strage di Piazza Fontana, avvenuta alle 16.37 del 12 dicembre 1969, tristemente nota poi come “la madre di tutte le stragi”, rappresenta questo per la mia generazione un brutto regalo che non avremmo mai voluto trovare. L’inizio di una follia distruttiva che, come tutte le follie, non condusse e produsse niente se non lutti e morti, e che ci fece diventare più adulti nostro malgrado.
Mi sembrava doveroso dedicare un pensiero a queste vittime a cui non fu data mai vera giustizia.

