Il mio Calendario dell’Avvento in pillole versione Podcast

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https://www.spreaker.com/show/il-calendario-dell-avvento

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“ULTIMO GIRO: DA DOMANI SIAMO NEL 2016”

Parafrasando i Righeira “il 2015 sta finendo, e un anno se ne va…” Ultimi fuochi deliranti di questi 365 giorni dove il terrorismo è entrato a far parte del nostro vivere quotidiano al punto tale da considerarlo ormai “normale” o peggio un videogioco dove noi siamo solo spettatori e non protagonisti e vittime.
Ci conviviamo e basta, non prendiamo coscienza, ogni tanto un attentato e, nell’epoca social, avulsa da contatti reali, indossiamo la bandiera francese e dichiariamo un je suis… e non Catherine Deneuve come diceva la celebre attrice transalpina, pubblicizzando, anni fa, un’auto.
Nonostante il dichiarato amore per gli animali e la tutela per l’ambiente, tutti sono contro le ordinanze comunali che vietano i “botti” . Non ultima la lite tra i vegani, alcuni sostengono che dieci minuti di petardi non spaventano gli animali…evidentemente lo hanno chiesto direttamente a Fido.
Comunque vada perché vietare? Anzi un bel kalashnikov e come ai funerali in Libano o nei territori palestinesi “quattro sventagliate” sparate in aria, così tanto per divertirsi.
Molti non si sottrarranno al rituale da ultimo dell’anno, lo faranno per esorcizzare la profonda solitudine che accompagna la loro vita, dichiareranno che vogliono vivere questo momento e che lo trascorreranno al lago, al mare, sui monti con “gente” …sarebbe troppo poco per loro dire con Nunzia e Filippo, meglio “gente” ( e non parlo dell’omonimo settimanale!)
Alla mezzanotte, poi, faranno finta che anche il loro cellulare squilli e come il celebre mister Bean lo mostreranno agli altri nel disperato tentativo di sottolineare che anche loro, in quel momento, sono desiderati. Siate compassionevoli, mi raccomando!
Dopo torneranno al desco per il rituale cotechino e lenticchie dell’una di notte che accompagnerà la prima indigestione dell’anno mentre Paolo Fox ci dirà che l’anno prossimo andrà tutto bene, ma di non seguire gli oroscopi solo di verificarli (traduzione “io sono libero di sparare minchiate e voi, se vedete che qualcosa combacia, di crederci”)
Per quanto mi riguarda ormai l’ultimo dell’anno senza i Los Locos in tv non ha senso, i loro “grandi classici” (!!!???) da “Tic Tic Tac” a “Mueve Tu Cu Cu” erano il caposaldo di questa nottata da trenini ormai affidati solo all’amico Charlie. Propongo una raccolta firme perché il 31 dicembre sia istituzionalizzato come giorno dei los locos, anche se in effetti lo è già, basta tradurre!
Bene, comunque vada, ovunque siate, l’importante è crederci quindi Buon 2016!

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ZERO ovvero “BUON NATALE”

 

Termina oggi il mio personale calendario dell’avvento, ovviamente Buon Natale a tutti . Non mangiate tanto, non bevete tanto, specie se poi dovete guidare, fate anche una pennichella, giocate in modo responsabile, senza lasciare patrimoni sul tappeto verde, e non sparate botti, spaventano tutti!
Per crepitio dei botti erano stati scambiati i colpi di mitra della strage di Parigi, iniziamo ad essere diversi da chi ci vuol male anche in questo, semmai giocate, cantate, fate anche i trenini, stile ultimo dell’anno, un bel karaoke e non dimenticate di riunire tutti con una grande tombolata.
Da domani potrete poi tornare quelli di sempre ma oggi concedetevi il lusso di essere più buoni, più dolci, più lieti soprattutto verso gli altri, ne guadagnerete pure voi.
BUON NATALE

i precedenti articoli sono stati pubblicati su https://latavolozza.wordpress.com

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– 1 “ORMAI MANCA POCHISSIMO A NATALE:VI SENTITE PIU’ BUONI ?”

Natale s’avvicina, mancano solo poche ore. Cosa accade prima di questo evento? Filippuzz, un extraterrestre proveniente dalla galassia “sciuri sciuri” se lo è domandato osservandoci. Arrivare dall’iperspazio e vedere cosa accade ha qualcosa di sorprendente.
Come ad esempio la vicina di casa che non ti rivolge mai la parola, anzi “ti schifa” proprio e ti farebbe azzannare dal suo cane (se non avesse un topo travestito!) che due giorni prima di Natale ti augura buone feste.
O i parenti anziani, che non vogliono regalarsi nulla l’un l’altro e poi immancabilmente ti contattano per chiederti di occupartene tu. O i parlamentari che vanno in vacanza per 19 giorni, fino all’11 gennaio, e poi fanno gran camurria sulle vacanze dei poveri mortali. (Quelli europei addirittura 33 giorni di ferie!)
Filippuzz mi chiedeva come mai a Natale mangiamo così tanto, quasi da scoppiare. Perché ci ostiniamo a regalare cose inutili, non ragionando su chi riceve i doni, come ad esempio i famigerati cofanetti vacanze, generalmente contenenti luoghi inaccessibili per chi non si muove in auto e quindi destinati ad essere cambiati, o modificati, con relativo sovrapprezzo. O i superalcolici agli astemi, o gli oggettini d’arredamento inutili acquistati solo perché piacciono a chi li regala. Ma una cosa ha fatto sempre impazzire Filippuzz le mega trousse per il trucco, che se una non è una visagista delle dive o una drag queen termineranno di essere utilizzate 30 anni dopo.
Nonostante esista la possibilità di acquistare i regali on line molti si ridurranno a farli all’ultimo momento, trascorrendo le festività dentro i centri commerciali, dove resteranno imprigionati fino a dopo Santo Stefano, a meno che quel giorno il centro non apra per ferie, quelle degli altri, ovviamente.
Filippuzz ha deciso comunque che il suo Natale lo trascorrerà in un ospedale, nel reparto pediatrico, con quei piccini che trascorreranno queste feste lontano da casa, ma che proprio per questo devono ricevere affetto e calore da tutti. Quindi se vi avanza un giocattolo e passate davanti ad un ospedale, per una volta, diventate gli assistenti di Babbo Natale, dopo vi sentirete meglio, parola di extraterrestre.

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-2 “NATALE E IL TAVOLO VERDE”

Nel “Il giorno della civetta “ di Leonardo Sciascia, uno dei protagonisti si chiama Zecchinetta, così soprannominato per la passione di questo gioco a carte. Il suo nome è la naturale italianizzazione di lanzichenecco o lasqueneet, furono infatti proprio i lanzichenecchi, nel XVI secolo, ad introdurlo in Italia. Questa “botta” di cultura mi serve per parlare di uno dei momenti topici dei miei ricordi natalizi in chiave “sicula” ovvero le stanze dei giochi.
Ne ho già accennato ma è difficile dimenticare quando io e mio fratello andavamo a passare il pomeriggio a casa di amici. Era un mega appartamento che occupava tutto un intero piano, ed era aperto per “feste”, secondo me, ventiquattro ore su ventiquattro.
Mentre i bambini giocavano, i ragazzi guardavano la televisione, “giochicchiavano” a qualcosa, magari provavano a divertirsi con classici come Monopoli, gli adulti “ azzardavano”.
Seduti in diverse salette, con tappeto verde d’ordinanza, le partite erano le più disparate, zecchinetta, appunto, poker, black jack con il suo sabot.
Ho visto anche normali partite a scala quaranta, tressette, scopa, briscola, ma queste erano “minchiatine” il grosso girava con le prime.
Difficilmente c’erano tavoli misti, masculi e fimmine erano rigorosamente separati, ma su entrambi i fronti si giocava e si giocava forte, intendo con denaro, la Lira di allora, in progressivo crescendo.
Confesso di non avere mai partecipato a questi rituali se non da spettatore, anche passaggi presso qualche casinò mi hanno visto sempre come osservatore incuriosito. Inoltre mentre in un ambiente come un casinò, appunto, esistono dei rituali da rispettare, fissati dalla direzione, in una casa sembra tutto più amichevole, sembra ma non lo è.
Tornando a Zecchinetta ne parlavo con un mio amico di origini pugliesi che mi descriveva i suoi primi Natali milanesi con vagonate di 40 e passa parenti dove mentre le donne cucinavano tutta la notte gli uomini la passavano giocando a carte .
Momenti ludici direbbe qualcuno, di puro divertimento, no passaggi di interi patrimoni. Non so quanto sia vero ma sin da piccolo mi avevano affascinato le storie di intere famiglie costrette al mattino a fare armi e bagagli perché il padre aveva perso tutto a carte, casa compresa. Un mio compagno di scuola mi fece vedere un giorno, a Milazzo, un enorme villone, gigantesco, con parco annesso, che portava effettivamente il nome di quel ragazzo e che, secondo la sua storia, (verità o leggenda?) fu perso dal suo bisnonno in una partita a carte, in una notte di Natale.
Insomma festeggiamo, ma evitiamo che qualcuno ci faccia la festa.

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-3 “NATALE, TEMPO DI BALOCCHI E DI PROFUMI”

Non c’è Natale senza profumi che, insieme ai balocchi (i giocattoli per i più giovani!) costituiscono, nella celebre canzone, l’asse portante dei regali (la canzone è “profumi e balocchi”, sempre per i più giovani!).
Anche qui come in Blade Runner ne ho “odorati” che voi umani non avete idea. Oggi infatti, ogni anno, è contrassegnato da nuove idee organolettiche, accompagnate da confezioni e contenitori sempre diversi, spruzzino tipo glassex e orsi giocattolo, solo per citarne due.
C’è stato invece un tempo in cui il profumo restava quello per anni e più che un profumo diventava una moda, anzi un tormentone.
Come il mitico Brut 33 pubblicizzato come il profumo dell’uomo, con tanti sportivi come testimonial tra cui Adriano Panatta. Naturalmente a Natale non ti arrivava solo la simpatica bottiglietta verde, con appesa una targhetta di metallo recante il marchio Brut, no ti arrivavano kit completi, con bagnoschiuma e schiuma da barba.
E, senza entrare nel merito sulla qualità del profumo, eri tu il padrone del tuo destino, se infatti pronunciavi le fatidiche espressioni “l’avevo proprio finito” oppure “dovevo comprarlo” e accompagnavi il tutto con il gesto plateale di profumarti lì davanti a tutti, ecco potevi stare tranquillo che, immancabilmente, per i prossimi Natali, avresti ricevuto solo Brut 33.
Se i maschietti avevano il Brut le femminucce ricevevano il Charlie, lanciato nel 1973 da Revlon, e anche qui se le donne non manifestavano un fermo diniego per il futuro, tipo cartelloni di protesta, sit in, i fidanzati e i mariti compravano interi stock di Charlie, convinti di aver trovato il regalo sicuro per sempre.
Per le signore di una certa età figli e nipoti regalavano ceste con vagonate di Borotalco, Felce Azzurra, solitamente, o Robert’s , ma in barattolo di metallo, accompagnato da improbabili ampolle di vetro piene di palline che dovevano essere bagno schiuma o sali da bagno. Io, allora bambino, pensavo invece fossero dei soprammobili da toilette visto che chi li riceveva aveva la doccia. Convinzione rimasta anche da adulto visto che alcuni miei conoscenti perseguono nel regalarli in assenza del supporto della vasca. Che piacciano a loro ?
Con il tempo sono quindi giunto alla considerazione che il profumo non è personale è di più, quindi, per conoscere quello che piace veramente, non basta annusare ma bisogna studiare ed indagare. Diffidate da raccogliere come prove i campioncini, entrambi i sessi si nutrono di tali omaggi che, oltre ad avere una profumazione più decisa di quello che sarà l’originale restano sulla scena delle indagini, il bagno, perché dimenticati o esposti come soprammobili.
L’unico consiglio che posso dare è di fare una passeggiata insieme, in una grande profumeria, e vedere cosa accade al secondo passaggio cioè dove sarà indirizzato il girone eliminatorio, quando da 6-7 spruzzate si scenderà a due-tre. A questo punto focalizzate ed acquistate prima che il profumo voli via, solo allora darete ragione alla scrittrice Colette che disse “ La ricerca di un profumo non segue altre vie che quella dell’ossessione “ specie ad indovinarlo, aggiungerei io.

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– 4 “A NATALE C’ERA UNA VOLTA CANZONISSIMA”

Nell’archivio della memoria una sorta di calendario dell’avvento sui generis, anche se iniziava qualche mese prima, a settembre, era Canzonissima.
Si trattava di un concorso tra vari cantanti, soprattutto i big, che si svolgeva il sabato sera su Raiuno, allora il canale nazionale. Presentato dai nomi più acclamati, da Mina a Walter Chiari, da Raimondo Vianello a Johnny Dorelli, rappresentava quello che sarebbe stato uno spettacolo irripetibile, provate a cercare su you tube la sigla di Canzonissima 1968 quella del famoso “ Zum,Zum,Zum” oggi sarebbe impossibile anche solo concepirla, mettere insieme l’equivalente contemporaneo di tutti quegli artisti scatenerebbe tutta una serie di veti e rifiuti.
Allora no, e le famiglie italiane, il sabato sera, si riunivano davanti a quello che era il focolare catodico, magari sormontato dall’immancabile centrino con un gondola illuminata, nell’attesa di Raffaella Carrà e Corrado o chi altri.
Ad un sistema di voto in studio sui cantanti in gara si univa quello del pubblico attraverso cartoline postali, che si ottenevano acquistando i biglietti della Lotteria Italia, e che davano diritto ai premi settimanali. Il 6 gennaio aveva luogo la finalissima con conseguente estrazione dei premi maggiori.
Lo so, la Lotteria Italia esiste ancora, è collegata alla Prova del Cuoco, ma come vedete cambiano i tempi, non più prima serata ma mezzogiorno. e non più Gianni Morandi o Massimo Ranieri come nomi legati ai biglietti e quindi alla possibilità di vincere 150 milioni di lire.
Eh già, la sottosigla finale, quella che precedeva la chiusura, era un ricordare l’appuntamento del 6 gennaio e così l’atmosfera natalizia degli italiani si arricchiva di questa attesa e dei sogni su cosa fare se si fosse vinto il primo premio. Era anche diffusa l’abitudine di trovare tra i regali di Natale qualche biglietto della lotteria, le cui serie, sono convinto, erano state accuratamente trascritte da chi li regalava.
Era l’Italia che stava finendo il suo boom economico, anzi l’aveva già finito, ed entrava negli anni bui, della crisi economica e del terrorismo, anche Canzonissima infatti scomparve di lì a poco, anche lei aveva fatto il suo tempo, e forse, proprio in quel momento, di cantare non c’era così tanta voglia.

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– 5 “LA LETTERINA DI NATALE”

La letterina di Natale era un immancabile appuntamento. Non sto parlando di quella che scrivevi a Babbo Natale, ma un’altra, collettiva nella realizzazione anche se più intima nel destinatario.
Si trattava di una letterina di buoni propositi che ci dettava il nostro maestro delle elementari, Armando Romano, una sorta di John Wayne, amico di famiglia, preparava una pasta con le sarde strepitosa, ma questa è un’altra storia, non divaghiamo e andiamo proprio all’inizio, alla preparazione.
Si andava da Lisetta, la cartoleria, di fronte la scuola e si comprava una di quelle belle letterine natalizie, con la decorazione in testa alla pagina, ad esempio la natività, tutta spruzzata d’oro, quasi in rilievo.
Il foglio era con tante righe per permettere di scrivere in modo ordinato. Il maestro Romano, che noi chiamavamo professore, ci faceva preparare la letterina quindi ci dettava il contenuto. Era rivolta ai nostri genitori, conteneva una serie di buoni propositi, di impegni sul fronte dello studio e della famiglia, la promessa di essere buoni e di non farli impazzire con capricci o richieste assurde, insomma un vero e proprio discorso programmatico.
Una volta terminato il dettato, che aveva un qualcosa di gioioso per tutta la classe (eravamo quasi quaranta, ma si sentiva l’avvicinarsi del Natale) la letterina veniva chiusa dentro la sua elegante busta, di solito raffigurante il disegno del foglio e si riponeva in cartella.
Il giorno di Natale, quando la mamma aveva finito di apparecchiare il rituale voleva che la collocassi sotto il piatto fondo di papà, che l’avrebbe trovata e letta a voce alta .
Parlavo di questo l’altra sera, a cena, con amici, genitori di due splendidi ragazzi, Davide e Andrea, di 9 e 13 anni. E alla mia domanda se si usa scriverla ancora hanno risposto di no, peccato, hanno detto, era bella come idea.
Si, ne sono convinto anch’io, era proprio una splendida idea, peccato che oggi sia solo un ricordo

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-6 “NATALE : LA PASSIATINA SUL LUNGOMARE”

Come ho già avuto modo di raccontare, ho trascorso gran parte della mia vita, dai 4 ai 21 anni, a Milazzo, una splendida città siciliana. Pur non essendo nativo, ancora oggi mi considero un autentico “terrone” (detto con il più grande affetto). Rimpiango i profumi che si respiravano in Sicilia durante le festività natalizie.
Uno dei momenti che mi manca è quello degli auguri, il giorno di Natale. I primi avevano luogo, immancabilmente, in chiesa, non aveva importanza se magari c’eravamo visti alla funzione della notte della vigilia, ci si risalutava, abbracciava e ci si “vasava” (baciava!).
Quindi non poteva mancare la classica passiatina sul lungomare “Giuseppe Garibaldi” o meglio un vero “passo dopo passo”, infatti ogni persona, famiglia, che incontravi, immancabilmente conosciuta, si trasformava, a seconda del grado di confidenza, in un mare di esternazioni affettuose.
C’erano poi gli auguri tattici, ovvero se durante l’anno, incontrando il tuo professore, ti saresti limitato ad un deferente cenno di saluto, a Natale rischiavi, davi il meglio di te stesso, un caloroso abbraccio all’anziana professoressa di Matematica e Fisica rappresentava un investimento per il futuro.
Dopo un’orata di auguri si andava direttamente al bar per un aperitivo prenatalizio, (premetto che si proveniva dalla cena della vigilia e si era attesi per il pranzo) un immancabile momento che si svolgeva generalmente sotto il sole, anche se al chiuso, con i profumi dei rustici serviti come stuzzichini.
La mattina di Natale si concludeva con gli accordi di dove trovarsi nel pomeriggio e tornando a casa, immancabilmente, trovavo il ragazzo della pasticceria Cambria, distante dal laboratorio 500 metri, che stava portando in negozio, tenendolo sulla testa, un vassoio di acciaio pieno di paste di mandorla. Odori, sapori, profumi, indimenticabili.

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Milazzo: alcune vedute del lungomare Giuseppe Garibaldi

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-7 NATALE: OVVERO “TOMBOLA!”

I pomeriggi dei giorni di festa devono essere gestiti con il ritmo del villaggio turistico per evitare che la bavetta post prandiale da abbiocco incipiente prenda il sopravvento.
C’era un tempo in cui le donne rassettavano, spettegolavano e cacciavano gli uomini fuori. Quest’ultimi bevevano un bicchierino, da veri alcolisti in erba, e fumavano l’immancabile sigaro di Natale, mio padre non rinunciava al suo mezzo toscano.
I bambini giocavano con i doni ricevuti, ma, dopo un’ora, la stanchezza, la noia, prendeva il sopravvento e spesso sfociava in litigate.
A tutto questo poneva rimedio la classica tombolata, dai nonni ai nipoti, tutta la famiglia si radunava intorno al tavolo e aspettava di urlare “ambo”, “cinquina” per non dire della fatidica “tombola”.
Ovviamente il tutto era preceduto dal panico delle monetine, ovvero, nell’epoca della Lira, e non volendo usare la moneta cartacea (in tal caso sarebbe stato più gioco d’azzardo) si cercavano, nelle borse e nelle tasche, le monete per acquistare le cartelle del gioco. C’erano anche gli organizzati, generalmente i più anziani, con veri sacchetti di monete, tra cui le mitiche 20 lire .
Una tombola non era divertente per il gioco in se stesso, reso magari più accattivante dalla qualità delle cartelle , con motivi della smorfia, con finestrelle apribili o con ceci appena secchi.
Quello che la rendeva unica era l’umanità che vi si muoveva intorno, dai nonni che non sentivano a qualcuno che “ce provava”, ma su tutti vigilava ed animava colui che teneva il banco.
Non ci crederete ho sempre ammirato ed invidiato questa figura, il suo modo di tenere il sacchetto, di creare l’attesa tra i presenti, di estrarre il numero, ammiccare , e dichiararlo magari facendolo precedere o seguire dai simbolo della smorfia, dal 33 “gli anni di Cristo” al 77 “ le gambe delle donne”.
Quando sono diventato grande e ho avuto la possibilità mi sono subito candidato a questo ruolo, non per motivi venali ma solo per puro protagonismo, per divertirmi mentre gli altri si divertono. Ho anche diverse tombole, ovvero offro a parenti e amici un servizio completo, ed auspico sempre che questo momento in cui la famiglia è unita, si diverte, gioca e litiga, non si trasferisca nel libro dei ricordi o peggio si trasformi in una app da smartphone.
Nessuna applicazione potrà emozionare come quando si sente nel soggiorno l’urlo liberatorio che dichiara “tombolaaaa!!” Credetemi.

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