-18 E I DOLCI REGIONALI NATALIZI ?

Oltre al Panettone e Pandoro, indiscussi Re in competizione, abbiamo altri dolci che affollano le nostre tavole durante le feste, contribuendo non poco al nostro indice glicemico.
Uno di questi è il torrone, anche lui oggi ormai declinato in diverse versioni bianco, nero, con il cioccolato, con il cioccolato e il liquore, con in omaggio un voucher per una seduta dal dentista.
Esistono poi numerosi dolci regionali, come i napoletani struffoli. Sembra abbiano origini spagnole, sono infatti simili all’andaluso “Pinonate”. Considero gli struffoli dotati di poteri ipnotici. Inizi infatti a mangiare queste palline con fare indifferente, così tanto per gradire, quasi infastidito da quel miele che ti si incolla sulle dita, ma dopo dipende dalla tua forza di volontà e solo da essa interrompere questo “uno tira l’altro” . Da evitare dopo il rituale cenone.
I toscani ricciarelli sono golosissimi anche se il loro contenuto trasparente richiamava spesso a me e mio fratello Paolo le supposte di glicerina, chiedo scusa ai ricciarelli, visioni distorte da bimbi.
Un altro dolce toscano è il panforte la cui ostia rischiava di essere cancellata dal sottoscritto prima del consumo familiare, una sorta di Attila.
Anice,mosto cotto e cannella sono alla base delle cartellate i dolci pugliesi la cui tradizione vuole che la sfoglia prenda le forme delle fasce di Gesù Bambino, e già che siamo in Puglia, anche se l’ho consumato a Lecce davanti all’anfiteatro a luglio, perché non ripetere l’esperienza con un bel pasticciotto? Pasta frolla, ripieno di crema pasticcera e cotto al forno.
A questo punto la mia diabetologa sta già parlando con la mia medico ( non è un errore di stampa!) ma preso da visioni dolciarie continuo con le campane zeppole, vendute già nel 1700 dagli zeppolari sono ciambelle ricche di miele e diavulilli, i confettini colorati, tanto per capirci.
Concludo con i siculi buccellati di cui alla versione storica, le ciambelle, preferisco i “cucciddatini” , chiù picciriddi ! Mangiarli è un’esperienza mistica, aromi a parte, ovvero limone, arance, cannella, vaniglia contengono mandorle, noci, fichi secchi, nocciole e pistacchi.
Bene, l’estasi dolciaria è completa!

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-19 “LE STRENNE IN LIBRERIA”

I libri hanno sempre sofferto, in ogni periodo storico. D’altronde, in Italia, si è persa, con il tempo, la figura del libraio. Pochi svolgono, oggi, questo come un vero mestiere, una missione, invogliandoti nell’acquisto, magari catturandoti passo dopo passo, attraverso la frequentazione periodica della libreria e lo sfogliare curioso dei libri.
Ricordo il mio primo impatto a Parigi, da Fnac, ma poi replicato anche in piccole librerie. La visione di clienti, seduti, anche per terra, che sfogliavano, incuriositi, le copie saggio. “Vedi” mi disse il mio amico Franco Fossati, esperto di fumetti e grande collezionista “Loro, i librai, investono sui lettori. Oggi li incuriosiscono, senza assillarli, così, domani, torneranno sicuramente qui, quando potranno o vorranno.”
Lungo e necessario preambolo per ricordare che anche oggi, in molte librerie, si replica l’atmosfera di quando entri in un negozio di abbigliamento, il fiato sul collo del commesso induce più all’intimidazione e spesso alla fuga.
Non era così, per me, quando, ragazzino, a Milazzo, non vedevo l’ora che arrivasse Natale, anche in libreria. Complice anche il libraio che ormai mi considerava un naturale complemento di arredamento.
Ricordo che rimanevo affascinato dai cataloghi delle case editrici dedicate alle strenne. Meravigliosi libri, ricchi d’immagini, proposti prevalentemente come regalo natalizio.
Per non parlare poi dei libri della Disney. Non tutti necessariamente a fumetti, ma ben illustrati. Uno di questi mi introdusse nella genesi di Paperinik, personaggio ormai storico dei supereroi disneyani.
Per i genitori era anche l’occasione di regalare e attualizzare  le letture della propria infanzia, come quando a Natale arrivò “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba, riproposto nella ristampa tradizionale. La perplessità iniziale si tradusse in una vorace lettura nei ritagli tra Natale e Santo Stefano.
E come non ricordare il Natale in cui arrivò “Il Manuale delle Giovani Marmotte”, a cui fecero seguito , nei Natali seguenti, altri manuali, da Nonna Papera a Paperinik.
Crescendo cambiano i gusti, ma la tradizione vive, e anche se oggi posso avvalermi di app e cataloghi virtuali, la curiosità delle novità librarie di Natale rimane e spero sempre che tra i regali ce ne sia una.
Ecco perché attuo una moratoria nell’acquisto fino a dopo il 25 Dicembre, per consentire ad amici e parenti di individuare, tra le novità, quella che mi manca e che non ho ancora, e che per sceglierla, anche loro, abbiano passato qualche minuto in una libreria, restandone affascinati e incuriositi. Un dono consolatorio se dovessi ricevere un doppione.

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-20 “PANETTONE O PANDORO ? ”

Panettone o Pandoro, questo è il dilemma. In realtà basta comprarli tutti e due e il dubbio amletico non sussiste più, a meno che non si voglia dare il via ad un vero e proprio questionario, tipo :
Panettone o Pandoro ?
Artigianale o Industriale ?
Tradizionale o Vegano ?
Se avete scelto Panettone lo volete con uvetta, canditi, cioccolato o gelato ?
E si potrebbe continuare così, forse all’infinito, direttamente proporzionale alla creatività del mastro pasticciere o del punto vendita, infatti, poco fa, ho scoperto che, da quest’anno, anche il mio fornitore di capsule per caffè proporrà il suo panettone, alla crema di caffè, naturalmente.
Poi esistono i formati, piccoli, medio, maxi. Ricordo uno di cinque chili, un mitico Alemagna, che arrivò come regalo di Natale, negli anni ’60. Io ero piccino ma il suo involucro mi si manifestò poi negli anni seguenti, nonna Livia lo aveva infatti conservato e riposto nel sottoscala, dove assolveva al ruolo di porta minuteria varia e al tempo stesso stupiva i nipoti.
Quando c’erano ancora i negozi Motta (il cui logo richiamava il Duomo e la grande M Milano) era facile , nel periodo delle feste, vedere le persone farvi colazione con cappuccino ed una fetta di panettone, i più temerari facevano fuori anche un intero Mottino.
Il panettone era sinonimo di Natale e lo è, per fortuna, anche oggi, salvo tentativi, fuori stagione, di trasformarlo in un dolce qualsiasi. Speriamo non accada mai, perderebbe il suo fascino e con esso l’attesa del momento che lo accompagna.

 

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-21 C’ERA UNA VOLTA A NATALE IL LEGO E, PER FORTUNA, C’E’ ANCORA.

Il Lego, così lo chiamano quelli che sono più intimi, sono quei cubetti colorati danesi che servono per costruire casette o navi spaziali.
Il suo nome deriva da due parole danesi “leg” e “ godt” ovvero giocare bene. Consumato questo spazio per sbattervi in faccia la mia cultura, passiamo ad uno dei regali natalizi più desiderati dell’infanzia degli attuali cinquantenni, caratterizzata da questi mattoncini.
Case, automobili, garage, tutto era costruito con il Lego, che in epoca di non politically correct e di assenza di ecologismo vedeva marchi come Shell sulle pompe di benzina delle autorimesse versione Lego.
C’era chi, allora come ora, aperta la scatola, seguiva rigorosamente il progetto per realizzare quanto promesso nella foto, c’era invece chi dava sfogo alla propria creatività, anche perché era convinto che in caso gli fosse mancato qualche mattoncino, cosa che avveniva immancabilmente, poteva attingere alla riserva aurea del “fustino”.
Parlo dei contenitori dei mattoncini che, invece di essere sparsi ovunque, venivano custoditi nei fustini dei detersivi, allora cilindrici, che le mamme di allora, una volta utilizzati, adibivano a porta oggetti. Ovviamente dopo averli decorati con apposite carte adesive, mitiche quelle che davano l’impressione del velluto.
Comunque, rigorosi ingegneri o estrosi artisti , il Lego ha caratterizzato intere generazioni e sentire , oggi, alla vigilia di questo Natale, che non si riesce a far fronte agli ordinativi, alle richieste, è per me confortante, vuol dire che ci sono tanti bambini che si divertono, magari con i genitori e gli zii, a costruire, a sognare, e soprattutto ad immaginare, guardando solo un piccolo mattoncino.

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-22 “Canto di Natale”

L’attesa del Natale non può prescindere dalla ri-lettura di Canto di Natale di Charles Dickens.
Aveva 24 anni il suo autore quando lo pubblicò per la prima volta, a puntate, su un un giornale, era il 1843.
Da allora le versioni di questa storia sono state innumerevoli e per me ha rappresentato una sfida annuale nel cercarne sempre di nuove.
Dalla celeberrima Disneyana che rende omaggio alle origini di Zio Paperone (che in inglese si chiama Uncle Scrooge come Ebenezer Scrooge l’avaro protagonista) ai Muppets, dai numerosi film e cartoon a quella di Geronimo Stilton, che leggerò quest’anno.
Un libro da regalare, rappresenta la speranza del Natale, che ci si ravveda, che il bene trionfi sul male, che l’avidità lasci, almeno per un giorno, spazio alla generosità.
Una storia che da adulto definirei laica e multiconfessionale ma che da bambino leggerei per crescere più illuminato e speranzoso, per non assomigliare agli adulti, che con le loro certezze mi spaventano sempre di più.
Dobbiamo affidarci anche a queste piccole grandi storie per avvicinarci più consapevoli al vero significato della festa del Natale, non è solo la festa dei commercianti, è la nostra occasione di riscatto, e se anche l’ottocentesco Dickens può aiutarci ben venga Canto di Natale.

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-23 “EBREZZA NATALIZIA”

Vecchia Romagna etichetta nera, il brandy che crea l’atmosfera. Così diceva in un carosello Gino Cervi (tanto per intenderci Peppone di Don Camillo). IMG_6151.JPGElegantissimo, in smoking, con un fuoco, di un altrettanto elegante camino, in controcampo.
Stock, altro noto brand alcolico , affidava invece la sua comunicazione a belle ragazze vestite da Babbo Natale, una sorta di conigliette di Playboy versione natalizia, che dovevano invitare all’acquisto delle mitiche cassette.
Era l’epoca in cui l’alcolismo rappresentava un segno di distinzione sociale . Se potevi acquistare o ti regalavano una cassetta Stock voleva dire che contavi , che eri un ganzo, e che avevi la cirrosi epatica, come minimo.
Bellissime, queste cassette in legno, in chiave natalizia, contenevano cinque , sei bottiglie di superalcolici o anche eleganti regali che poi alla fine uno non usava mai, ma, essendo prevalentemente destinate al pubblico maschile, seguivano il naturale destino dei regali della festa del papà.
Oggi non esistono più, penso, o almeno non sono più pubblicizzate come allora, e lo smoking di Gino Cervi ha lasciato il posto a Bob Sinclair che scratchia con il ghiaccio su un disco. Nuovi tempi, nuove atmosfere.

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-24 “IL CALENDARIO DELL’ AVVENTO”

Inizia l’avvento. Da oggi si aprono le finestre nell’apposito calendario. Un conto alla rovescia che può essere ludico, ad esempio un giocattolo, oppure simbolico, una stella, un pastore, che alla fine comporranno il presepe, o altamente glicemico, un cioccolatino, una caramella, un pasticcino.

Comunque vada il calendario dell’avvento apre ufficialmente il periodo che ci separa dal Natale e con esso si aprono le prime sregolatezze alimentari. Questo perché molti lo regaleranno in ritardo e quindi bisognerà aprire le finestrelle già scadute per mettersi in pari ingurgitando i cioccolatini che dovevano uscire già prima.

Esistono anche, in un’epoca di app, i calendari dell’avvento elettronici. Pochi sono interessanti, un po’ come l’alunno svogliato a scuola ovvero “si APPlicano ma potrebbero fare di più

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ACCATTONE

Non parlo del film di Pasoliniana memoria. Ne di Franco Citti che ne fu memorabile interprete. Ma mi servono queste citazioni apparentemente dotte, per catturare l’attenzione sui tanti mendicanti che invadono le nostre città. 
Un paese, un paesone della fu ricca Brianza, preso in un giorno feriale qualsiasi. 

Trovi mendicanti ovunque, fuori dalle chiese, fuori dai bar, fuori dalla posta, lì addirittura due, nei parcheggi . 

E ci va bene perché non è giorno di mercato, in quel caso sono ovunque, arrivano a frotte, e come un cast cinematografico si muovono per mettere in scena la loro rappresentazione, come in altre piazze di mercato, in altri giorni. L’ipotesi diviene certezza quando uno di loro, complice la sua litania lamentosa, lo incontri e riconosci ad Arcore, Monza e Seregno.

La mia generazione fatica ad accettarli, non hanno nulla dei mendicanti lordi, vecchi e strappati che trovavo fuori dalle chiese del sud. Questi sono giovani, perlopiù nordafricani, e s’incazzano pure se non rispondi ai loro richiami ( Ehi capo! Mister! Ehi!) Si dovrebbe andare in giro con una bisaccia piena di monete e come novelli colonizzatori, ahimè colonizzati, distribuire le monete tra i postulanti. 

Ma è quell’apparente stare in salute, quella faccia da presa per il culo, quella violenza verbale che ti assale se non gli dai retta, a far si che il loro messaggio non venga ricompensato, non è razzismo il nostro, è incazzismo. Specie quello che ti assale nel parcheggio dell’ospedale San Gerardo di Monza, un tempo bivacco di gruppi di venditori, che ti schernivano se li ignoravi nel tuo pellegrinare quotidiano, reso drammatico dal contesto .

Non è mio compito suggerire soluzioni, non è il mio ruolo, le città, i paesi, sono però , anche grazie loro , sempre più insicure e degradate, e non basta una moneta da un euro per lavarci la coscienza, perché dietro all’angolo c’è un altro in attesa. 

Forse quell’euro, se incanalato in modo giusto, darebbe a loro un po’ più di sicurezza e a noi meno disagio, forse, forse, ma poi,in fondo, a chi interessa tutto questo?
 

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“Brunetta si Brunetta no”

Caterina Balivo è indubbiamente una bella donna. Il programma che conduce,   con i suoi tutorial, potrebbe dar vita invece a diverse analisi, ma in fondo non è male, specie durante le feste. 

Meno svegliarsi, con le repliche delle puntate di Natale, alle 6 del mattino, due mesi dopo, ma il motivo di quella scelta dovremmo chiederla ai responsabili del palinsesto e al loro pusher.

Quello di cui voglio parlare oggi è invece una cosa che mi ha lasciato sorpreso. La Balivo è presente su Instagram. Conoscete Instagram? Ovvio! Per quei pochi che non lo sanno è un social, dove si postano immagini e piccoli filmati di gente conosciuta e sconosciuta, di ristoratori e di aziende, dei loro cibi e dei loro prodotti. 

Cliccare sul cuore indica un gradimento per la foto, a cui spesso fanno seguito commenti con relativi hashtag (#) il tutto per amplificare quanto appare anche su altri social.

Proprio sul profilo della Balivo, c’era qualcosa scritto da lei, non ricordo cosa, mi ha colpito invece l’hashtag “brunettaforever”.

Immaginavo che si riferisse al colore dei suoi capelli e non all’uomo politico , ne ad Angela Brambati, la componente dei Ricchi e Poveri, ma è prevalso in me il lato ludico e ho scritto;
“attenzione agli hashtag politici …tipo brunetta forever!! 😊😊”
Tutto qui! Uno scherzo! Un gioco! Non m’interessava commentare il programma , il personaggio, quello che stava scrivendo, solo un gioco.
17 ore dopo una sua “seguace” mi scrive 
“Brunetta non è il politico ma il colore dei suoi capelli che non vuole cambiare.Quante volte lo deve dire!”
Avrei risposto con un “non so veda lei a me non importa nulla ” ma ho scritto :
“Lo sapevo!La mia era solo una battuta! Non sapevo invece, come tu mi fai pensare con il tuo “quante volte”, che altri avessero davvero pensato all’uomo politico ! Adesso si che mi preoccupo davvero! ” 
Pensavo fosse finita qui, invece replica
“Ha ricevuto parecchi commenti nei quali molti, a differenza tua, non scherzavano affatto “
Una serie di mie faccine 😳😳😳😳😳😳 ha chiuso, spero, questa assurda , non so come definirla , conversazione sul colore dei capelli di un personaggio pubblico, la cui ammirazione da parte dei suoi seguaci, alcuni si comportano come tali, è al limite dello stalking.

Occupandomi da anni di comunicazione so che molti di questi vip, ma questo riguarda anche tanti uomini politici, non postano nulla, non scrivono nulla, delegando, al loro ufficio stampa, la realizzazione dei vari “messaggini” da canalizzare sui diversi profili social. 

Quello che mi preoccupa è invece la reazione di questi ammiratori/ ammiratrici, chi mi scriveva apparteneva a questa seconda categoria: poiché scrivono sul profilo del personaggio pubblico ritengono di essere in contatto diretto, e quindi di poter criticarlo, osannarlo, giudicarlo, difenderlo. Quando, magari , anche per ovvii motivi di lavoro , l’artista in questione, non ha ne scritto ne letto nulla.

Non vorrei che la frequentazione di questi social, da parte dei personaggi pubblici fosse, alla lunga, più deleteria che produttiva, che un giorno l’attrice XZ si trovasse sotto casa l’ammiratrice che le ha difeso il colore della chioma per rivendicare, in cambio, attenzione,solo attenzione, ma solo per lei. 

Tutto qui , meditate gente meditate.

  

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“Facciamo shopping ? ” Facile a dirsi ma…

Girare per centri commerciali rappresenta un’esperienza che bisogna provare almeno una volta nella propria vita! Girare secondo le regole, secondo il canone del viandante che vaga alla ricerca di qualcosa e che forse non troverà mai.I gentili maschietti facciano davvero da “cavalier serventi” e seguano per un’ora le loro pulzelle in territori come Desigual, Zara, Benetton. 

Sottopongano le loro membra e la loro psiche alle prove dello scudiero che reperisce la merce. Ruolo di solito svolto stando fuori dal camerino, dove, dandosi un’aria indifferente, stile ascensore in movimento, e non guardando gli altri, mariti e fidanzati, che sostano in silenzio.

Tutti tacciono, i più fortunati fingono di accudire il bambino nel passeggino, fingono perché il bambino è fuori con la suocera. 

Allora usano come ultima risorsa il telefonino, lo smartphone, isola felice, distrazione lussuosa, da ostentare come Mister Bean, ma ciò non è possibile. Nell’era del 4G il segnale non prende. 

L’imbarazzo cresce, l’ansia pure, il caldo aumenta, le lampade poste nel controsoffitto emanano un calore di 1200 watt, da interrogatorio di polizia. È in questo clima che un braccino spunta improvvisamente dal camerino risvegliandovi dal torpore simile al coma e con voce suadente ma perentoria vi dice, porgendovi un vestito , “mi procuri la S o la M ?”.

È ovviamente un ordine travestito da domanda retorica, e voi, che siete in un negozio di almeno 300 metri quadri, sconosciuto, dovete uscire e in 30 secondi trovare dove è appeso quel vestito e quindi individuare la taglia richiesta. Nella maggior parte dei casi annaspando, perché i vestiti sono privi dei cartellini che indicano la taglia, distrutti da altri uomini durante le crisi di nervi sopravvenute alla vana ricerca. 

Potreste chiedere aiuto ad una delle commesse ma poi, la vostra partner, vi odierebbe , dovrebbe condividere con quell’estranea il momento della scelta, il confermare, sempre all’estranea, che la taglia va bene, e che è tutto ok. No, meglio non rischiare, e quindi degni emuli di partecipanti a “Giochi senza frontiere ” date sfoggio della vostra esperienza cercando di raggiungere l’obiettivo della missione.  

Al termine di tutto ciò dovrete affrontare il secondo passaggio, fondamentale per il quarto (che poi scoprirete!) ovvero pagare alla cassa . Si consiglia di essere cortesi ma non “piacioni”, soprattutto comprensivi con le cassiere e il loro lavoro, servirà per il punto 4.

Il terzo passaggio avverrà dopo l’arrivo a casa, la vostra compagna sparirà per un tempo indefinito, è il momento della “controprova” , dell’abbinamento di quanto acquistato con altri capi già presenti nell’armadio. Abituatevi, fate altro, se avete la passione per la cucina potete mettere su un minestrone, ma non quelli surgelati, tagliate pure con calma le verdure, c’è tempo.

Quando la vostra metà riemergerà saprete se la missione si è conclusa oppure dovrete dare vita al punto 4 ovvero riportare indietro gli abiti che non convincono: i più scafati conoscono la tempistica e si muovono a proprio agio, inoltre, come si diceva prima, se la commessa si ricorderà di voi e della vostra simpatia avrete meno problemi ma tanta , tanta, comprensione.

  

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