La letterina di Natale era un immancabile appuntamento. Non sto parlando di quella che scrivevi a Babbo Natale, ma un’altra, collettiva nella realizzazione anche se più intima nel destinatario.
Si trattava di una letterina di buoni propositi che ci dettava il nostro maestro delle elementari, Armando Romano, una sorta di John Wayne, amico di famiglia, preparava una pasta con le sarde strepitosa, ma questa è un’altra storia, non divaghiamo e andiamo proprio all’inizio, alla preparazione.
Si andava da Lisetta, la cartoleria, di fronte la scuola e si comprava una di quelle belle letterine natalizie, con la decorazione in testa alla pagina, ad esempio la natività, tutta spruzzata d’oro, quasi in rilievo.
Il foglio era con tante righe per permettere di scrivere in modo ordinato. Il maestro Romano, che noi chiamavamo professore, ci faceva preparare la letterina quindi ci dettava il contenuto. Era rivolta ai nostri genitori, conteneva una serie di buoni propositi, di impegni sul fronte dello studio e della famiglia, la promessa di essere buoni e di non farli impazzire con capricci o richieste assurde, insomma un vero e proprio discorso programmatico.
Una volta terminato il dettato, che aveva un qualcosa di gioioso per tutta la classe (eravamo quasi quaranta, ma si sentiva l’avvicinarsi del Natale) la letterina veniva chiusa dentro la sua elegante busta, di solito raffigurante il disegno del foglio e si riponeva in cartella.
Il giorno di Natale, quando la mamma aveva finito di apparecchiare il rituale voleva che la collocassi sotto il piatto fondo di papà, che l’avrebbe trovata e letta a voce alta .
Parlavo di questo l’altra sera, a cena, con amici, genitori di due splendidi ragazzi, Davide e Andrea, di 9 e 13 anni. E alla mia domanda se si usa scriverla ancora hanno risposto di no, peccato, hanno detto, era bella come idea.
Si, ne sono convinto anch’io, era proprio una splendida idea, peccato che oggi sia solo un ricordo

