Consentitemi un viaggio nel tempo, in un’epoca, in un mondo, che ormai non c’è più, sostituito da termini come parrucchiere, coiffeur, hair styilist e chi più ne ha più metta, l’epoca del barbiere.
Così era nomato colui che si occupava dei “peli” maschili, capelli, barba e baffi. L’accesso era regolamentato, specie nel sud della penisola, da cannucce che si aprivano al passaggio umano. Dentro almeno sei poltrone, con, a lato, una cinghia in cuoio dove affilare il rasoio. Vecchie schedine del totocalcio, vicino alla schiuma da barba, in modo da raccogliere quella usata.
Un divano e qualche poltrona, tutte in rigorosa finta pelle, accoglievano i clienti che attendevano con letture variegate, Oggi, Gente, Domenica del Corriere, qualche quotidiano locale come la Gazzetta del Sud e la mitica Cronaca Vera, antesignano scollacciato, in versione cartacea, della Vita in Diretta.
Un cavalluccio su una pedana girevole era dedicato ai piccoli clienti, un modo per tranquillizzarli durante il rito d’iniziazione.
Andare dal barbiere era infatti un rito, il momento della rasatura, era per tanti paragonabile ad un vero momento di piacere assoluto, in particolare quando dopo aver tolto la schiuma, prima di mettere la lozione dopo barba, veniva sapientemente calato sul viso un panno caldo, utile a purificare e a calmare la pelle.
Quindi seguivano quelle lozioni alcoliche che potevano essere tranquillamente utilizzate per operazioni di pronto soccorso.
Il barbiere era di solito un amico, un confidente, serviva per conoscere gli ultimi avvenimenti del paese. Molti si chiamavano Franco e Pino, ma questo era dovuto, per me, al fatto che al momento di acquistare l’insegna erano disponibili, perlopiù, questi nomi e quindi piuttosto che sobbarcarsi in ulteriori spese si optava per un nome d’arte.
Lungo preambolo per sottolineare che anche in questo ambiente, molto familiare, era tradizione festeggiare il Natale, un caffè abbondantemente corretto, un aperitivo, una mancia al ragazzo che spazzolava dai peli superflui ed in omaggio il calendarietto.
Poggiato in un cestino di vimini, una sorta di librettino con i dodici mesi, il tutto tenuto insieme da un cordino colorato. I barbieri affidavano ogni mese ad immagini sacre o di attrici e attori, ma i più ricercati erano quelli con le cosiddette “donnine nude”.
Tutti, comunque, “profumavano” di lozione Floid che entrò, così, di buon diritto, tra gli odori e gli aromi del Natale.

