Mi nutro di voci. Ascolto, seppur tacendo, le voci, spesso molto lamentose, osservo i mille riti dell’umanità che incontro, ovunque.
Ad esempio mi domando perché e sopratutto da quando siamo diventati così irrequieti, per non dire peggio. A nessuno piace attendere, stare in fila, ma fa parte della nostra procedura per esistere, per ottenere beni e servizi. Stimolato da quanto avevo letto in un commento di un’amica su Facebook, testimone di una rissa d’attesa in farmacia , mi sono incaricato di osservare chi mi precedeva nell’attesa presso lo speziale delle cure che abitualmente frequento.
Forse sono più stato più attento, forse un caso, ma le persone che mi precedevano hanno detto di tutto nei confronti delle due dottoresse che stavano gestendo il bancone e i relativi pazienti.
Le parole hanno un loro significato e peso, non ho infatti detto “clienti”, non lo posso dire, così come non posso dire “stavano servendo”, chi è dietro al bancone ha infatti conseguito una laurea in farmacia. Per dare soluzioni per la nostra salute. Magari potrà fornire altri servizi, come prodotti di bellezza , ma se hai una infiammazione ad un occhio vuoi una soluzione ed essere rassicurato.
Le stesse rassicurazioni che un’anziana signora, la possibile madre di quello che, irritato, mi precedeva nella fila, desiderava ottenere scambiando ancora due parole in più. Magari non c’entravano niente con i medicinali o la malattia, magari è solo chiacchierona, o forse è sola, il marito è morto, i figli non la vanno a trovare da tempo, i nipoti si ricordano di lei solo per la generosa mancia alle feste.
Si tratta anche quella di una forma di terapia. Che un medico , in quel caso, fornisce con un sorriso. E poi perché tutta questa fretta, per uscire e recarsi , come ho visto dopo, nel bar vicino, a prendere un caffè e fare il bischero?
Magari, la prossima volta, nell’attesa, potrebbero dare un’occhiata agli scaffali, acquistare un flacone di vitamina D, catturare, sotto forma di compresse, un po’ di sole, per illuminare la loro grigia esistenza.
