Stavo parlando prima con Valeria Quando non è al lavoro, aiuta i genitori, a gestire l’edicola. Dovrebbe appartenere alla categoria dei cosiddetti “nativi digitali” quelli che cioè sono nati con dentro la culla il ciuccio e il tablet. In realtà non è così, sfogliando il primo numero di Topolino Story, una serie celebrativa, dedicata, al topo disneyano, dal Corriere della Sera, ci siamo soffermati sul bellissimo puzzo d’inchiostro che emanavano le pagine. Il “profumo” adorato dalla mia generazione, quella di Carosello, primo esempio di trip organolettico a cui affiancare l’acetone, la trielina e, non ultima, la naftalina, evitando, come faceva Eta Beta, di mangiarla. Un profumo però che trova cultori anche nelle generazioni successive .
Anche Valeria infatti adora quell’odore, e non per una naturale frequentazione familiare in mezzo alla carta stampata, ma perché, dopo una naturale invasione tecnologica, considera quello un “momento” che un tablet, un e-reader , non potranno mai dare.
Ovviamente non c’è un rifiuto di entrambi della tecnologia, ma forse , parafrasando il termine slow-food ci dovrebbe essere uno slow-tech.
Mi rendo infatti sempre più conto che un’invasione tecnologica non corrisponde adun aumento della conoscenza e del sapere, anche sotto il profilo degli strumenti che si utilizzano. Gli stessi smartphone, tablet, phablet, sono utilizzati al 50% per cento delle loro capacità e non esiste, per molti, il tentativo di provare ad imparare , a scoprire, cosa fare di più .
Se poi ci trasferiamo nella quotidianità lavorativa e scolastica vediamo che l’utilizzo dei libri cartacei è preferito a quelli elettronici. Come anche evidenziato da una ricerca condotta da Naomi S.Baron , della American University di Washington .
Mi diceva infatti Valeria che quando andava a scuola preferiva la lavagna tradizionale a quella elettronica, e poi “vuoi mettere un libro, da sottolineare, scarabocchiare… Con quello elettronico puoi farlo, ma non è la stessa cosa!”
Il Corriere della Sera riferisce infatti un articolo del Washington Post secondo cui soltanto il 9 per cento degli studenti universitari americani si affida ad un e-book.
Aggiungo poi io che leggere un libro d’arte o una graphic – nouvelle in versione Kindle non è la stessa cosa. Oppure un libro di cucina: provate a seguire una ricetta mentre dovete “spignattare”, inoltre sporcare la pagina di sugo da più di “vissuto” .
Ripeto, amo la tecnologia, ho venduto l’anima al software il giorno che ho scoperto che non ero più schiavo di sbianchettamenti e cambi di nastro alla macchina da scrivere (o per scrivere?). Produrre 40 cartelle su un pc non è la stessa cosa che su una “Lettera 22” , lasciamola alla iconografia di Indro Montanelli.
Però è necessario non generalizzare, sono ad esempio convinto che un saggio letto su un e-reader non produce la stessa attenzione, non cattura la memoria come il fratello cartaceo. Come quando ci affidiamo alla revisione degli errori di grammatica leggendo sul monitor, nella maggior parte dei casi, e magari anche questo che sto scrivendo, sono pieni di errori. Il nostro occhio e il nostro cervello hanno bisogno di calma e riflessione, meglio stampare.
Leggere invece un romanzo di 600 pagine su un kindle è meraviglioso, confortati inoltre dal sapere che mancano alcuni minuti al termine del capitolo e 2 ore alla conclusione del libro. Ad esempio. per i neofiti, consiglio di leggere un romanzo della Marsilio, come quelli di Camilleri. dedicati al Commissario Montalbano, sono dello stesso formato, sarà un approccio meno traumatico.
Comunque, libro o e-book, l’importante è leggere, ricordiamocelo sempre e , sopratutto , ricordiamolo ai più piccoli: lettori, scrittori, insegnanti, del futuro che verrà.
