Non voglio parlare, non voglio scrivere, non voglio esprimermi, desidero che il mio silenzio cada sull’enorme fragore provocato dalle minchiate di chi dice tanto per dire, parla tanto per parlare.
Sono stanco della profonda ignoranza che mi, ci, circonda. Un tempo i discorsi da bar dello sport erano limitati al calcio, da qui l’origine dell’espressione. Il punto massimo si otteneva quando la nazionale era protagonista di grandi eventi, dagli europei ai mondiali, allora, tutti, dico tutti, eravamo, almeno per una volta, commissari tecnici.
Oggi, nella nostra multiforme esistenza, permeata da una profonda solitudine e quindi dall’esigenza di farsi sentire , sempre e ovunque, con la complicità dei social, siamo , di volta in volta, teologi, politologi, economisti, sociologi, criminologi, e così via .
Ruoli che indossiamo e dismettiamo a seconda di quanto ci accade intorno e anche più volte al giorno.
Non temiamo di fare brutte figure , l’anonimato del web ci permette di essere duri e puri, valutiamo la profondità del nostro pensiero non sulla base di una ricerca argomentata, di quanto diciamo, scriviamo, a supporto della nostra tesi, ma su quanti cialtroni come noi hanno cliccato mi piace o condiviso il nostro delirio.
Inoltre, nella maggior parte dei casi, corrediamo il nostro desiderio di apparire con una serie di errori grammaticali da vergognarsi. E senza accento, a, o senza h,periodi sconclusionati.
Nessuno, poi, se si accorge di aver sbagliato, chiede scusa, rettifica, al massimo, vigliaccamente, cancella il post, ovvero nasconde la polvere sotto il tappeto .
Non siamo messi bene, quello che ho descritto è la quotidianità, oggi commentiamo una strage, domani un provvedimento economico, dopodomani il Papa, senza sapere, senza conoscere , senza leggere , senza approfondire. Per non citare gli insulti alla Bonino , con l’augurio di morire tra atroci dolori, e quelli sessisti alle due cooperanti recentemente liberate.
Chi ci governa e dovrebbe tutelarci fa lo stesso, se non peggio, pontifica via twitter, spiega una legge in 140 caratteri, affida il nostro destino a quattro parole.
Proviamo a fermarci, ad approfondire, ad usare il web per cercare di capire , conoscere, proviamo a discutere, magari di persona , a capire le idee degli altri, senza necessariamente imporre le nostre.
Così non va, amo leggere, scrivere, parlare , ascoltare, ma mi rendo sempre più conto che la rete si sta trasformando in una cloaca massima, difficilmente trattabile attraverso un’azienda specializzata in spurghi.
Non usiamo l’alibi della classica espressione “sa non mi intendo di politica ” dopo aver detto le scemenze più aberranti. Magari evitiamo di dirle, facile scrivere sotto impulso, ma quel tasto invio per molti, per quello che dicono, per il dolore che producono, è pari a premere un grilletto di una pistola.
Conoscere, nome di una gloriosa enciclopedia della Fabbri degli anni ’60, serve a tutti, evitiamo che la malvagità, spesso travestita da ignoranza, ci uccida e uccida, con noi, la nostra conoscenza, i nostri valori.
Almeno, proviamoci.
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