Scena numero uno, leggo, sul Corriere della Sera la notizia di una ragazza statunitense che ha citato i genitori in giudizio, rei di comprare cose inutili per loro e non pagarle gli studi.
Il titolo, come sempre accade, è fuorviante, leggendo il pezzo vieni a sapere che non è la versione moderna di “balocchi e profumi” ma di una diciottenne andata via di casa , ospitata da un’amica, figlia, a sua volta, di un avvocato d’assalto, che adesso,nell’era dello show biz, vuole ottenere successo e soldi accusando pubblicamente i genitori.
Scena numero due, il salotto di Fabio Fazio, diventato ormai la quarta camera (la terza è da sempre Vespa, poi con l’abolizione del senato anche Fabio Fazio salirà di grado) ri-ospita Matteo Renzi. Il prode Matteo si scaglia contro industriali e sindacati, trasversalmente, sullo stile di un uomo solo al comando, ricorda che tutti possono parlare ma poi chi decide….
Entrambe le scene dimostrano quale è il problema della nostra generazione, del nostro tempo, non parliamo, non ci confrontiamo, non ascoltiamo.
Siamo tutti pervasi da una malattia di protagonismo assoluto dove adoriamo sentirci, pontificare, giudicare, assertire, ma mai dibattere civilmente, magari ammettendo anche di avere torto.
Un mondo pieno di social ma ricco, come nel quadro “Nighthawks” di Edward Hopper, di una profonda solitudine.
Urliamo su twitter , su Facebook, perché siamo soli e perché siamo spaventati. Leggo spesso su Facebook commenti di persone che conosco, ma che di fatto non conoscevo. Se la prendono con tutto e tutti, salvo poi “recitare” pubblicamente un ruolo calmo e perbenista.
La cosa ci riguarda tutti,anche nel nostro piccolo alveo familiare, fatto di meschine ripicche,che si appoggia, come fa Renzi con i sindacati, ad episodi del passato, utili per rivendicare, recriminare, assumere il ruolo dei martiri e delle vittime, e comunque non ascoltando mai la controparte.
Nelle famiglie, da sempre, il teatrino assume poi toni grotteschi nelle feste comandate! Natale o Pasqua che sia, dove le convenzioni impongono di vedersi, baciarsi, abbracciarsi, attendendo, tra un panettone ed una colomba, di sferrare il colpo decisivo, quella vecchia questione mai risolta, quel vecchio episodio mai chiarito.
“Parenti Serpenti” di Mario Monicelli, film corale, familiare, ambientato nel periodo natalizio, ne è un perfetto esempio, si respira quell’atmosfera, anche se poi lo sviluppo nata tifo del film assume toni grotteschi rispetto alla realtà, almeno si spera sia così .
Provate un giorno a fare conoscenza dei vostri familiari,dei vostri amici, non attendete il momento in cui staranno male ed, ipocritamente, vi presenterete in ospedale con l’ipocrita “labbrino” di circostanza.
Ascoltate quello che hanno da dirvi, condividete le vostre e le loro aspirazioni, preoccupazioni, incazzatevi pure, ma parlate.
Ci sono persone legate geneticamente , ma lontani dal conoscere l’un l’altro, gli episodi, felici o tristi, della vita, molti non sanno che lavoro fanno, se hanno fatto un viaggio interessante, se quel dolore alla schiena è recente o come diceva la mi nonna ce l’avevano son da piccini.
Questo accade perché, diciamoci la verità, sia che si tatti di un estraneo che di un parente, non c’interessa nulla, anzi, nella maggior parte dei casi, si evita di ascoltare perché troppo faticoso, per evitare di dover indagare mentre si ascolta nel tentativo di capire o carpire dove è il tranello.
Il termine “legame affettivo” è solo un termine, appunto, che ha termine, mi si consenta il gioco di parole, quando si giunge alla inevitabile conclusione che non ce ne frega nulla del proprio simile. Quando l’incomunicabilità diventa consuetudine.
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