Abbiamo vinto ma…

Le caratteristiche “tafazziane” del Partito Democratico emergono anche in queste ore di successo per le recenti amministrative. In gergo sportivo hanno fatto “cappotto” 16 province chiave su 16, eppure devono sottolineare la scarsa affluenza , che erano solo amministrative, che hanno vinto nonostante il PD , ed altre amenità varie. D’altro canto quelli della parte opposta dichiarano che alle amministrative il PD prende sempre più voti perché il loro elettorato risponde e il loro no, e che senza Berlusconi non si vince. Ovvero due grossi problemi riassumibili nel summa non siamo un partito ma un’occasione d’incontro . Insomma comunque la si guardi abbiamo argomenti degni più di una seduta dallo psicoanalista che di una sezione di partito. A proposito della affluenza nessuno ha sottolineato che proprio da li dovrebbe partire la riforma elettorale, evitando d’iscrivere di diritto i cittadini italiani alle liste elettorali ma costringendoli a fare un atto preciso loro, sia che siano 18enni alla loro prima esperienza che 80enni navigati. Questo consentirebbe al Ministero degli Interni di predisporre un numero adeguato di strumenti di voto, evitando di buttare al macero milioni di euro in carta e affini. In Italia il voto è un diritto/dovere , un tempo il suo mancato esercizio non consentiva di partecipare a concorsi pubblici. Oggi, dato per scontato che non ci saranno più concorsi pubblici per circa duecento anni, si è trasformato in un semplice diritto da manifestare, anche con il non voto, usato al posto della parolaccia, un tempo collocata sulla scheda.
Il sindaco di Londra è stato eletto con un’affluenza di poco superiore al 30 %, il voto recente ha registrato un’affluenza in media europea , e allora perché si preoccupano di quello che sembra un non problema? Forse perché la politica, nel nostro paese, non è mai stata servizio, ma clientelarismo. Una sorta di grande club, di grande associazionismo, dove garantire chi ti vota con prebende di ogni sorta, da impieghi, anche per lavori inesistenti, a lavori pubblici per opere incompiute. Si ha da campa’, questo è vero, ma pensando solo a questo italianissimo do ut des siamo arrivati ad un debito pubblico monstre e ad una disoccupazione da voragine. Solo 50 anni fa, nel 1963, nell’ultimo degli anni del miracolo italiano, la disoccupazione era ferma al 3% , sembra un tempo lontanissimo. Astensione uguale meno clienti, questo preoccupa i partiti, un po’ come i sindacati, intendendo sia quelli dei lavoratori che degli imprenditori. L’Italia vive da sempre di una sorta di protezionismo associazionistico, se un vigile urbano viene licenziato perché elevava multe inesistenti ai suoi colleghi, come ritorsione, i sindacati scendono subito in campo per proteggerlo, se un uomo politico viene trovato con le mani nella marmellata si arriva addirittura a dire che il fatto è avvenuto a sua insaputa. Ma la musica è finita , ne sanno qualcosa , da oggi, i dipendenti e giornalisti della tv pubblica Greca, la Ert, schermo nero per la sua chiusura, decretata da una cattiva troika che vuole rimettere a posto i conti pubblici di quel paese, qui però non si deve parlare di tentativi di soffocare la libertà di stampa ma di un carrozzone, in tipico stile mediterraneo, cresciuto a dismisura in virtù di clientele politiche, un po’ come la nostra Rai, ma anche come le nostre regioni, province, comunità montane collocate in pianura, per non parlare degli assunti a Palermo per contare i tombini. Poco può fare il “buon padre di famiglia”, concetto da primi anni di legge, e di cui oggi tutti si riempiono la bocca, ormai viviamo a credito e non si sa ancora per quanto, ecco perché l’astensione e’ un problema, perché costringe ad essere più seri, più legati alla realtà una realtà che vuole soluzioni e non promesse, un paese che chiede sempre più pane e meno circenses.

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