Primo giorno di scuola. Iniziamo con i ricordi. Esterno giorno, sole, Milazzo, Sicilia. Un enorme gruppo di bambini attende di entrare.
I maschietti indossano grembiuli neri e fiocco rosso o blu, le bambine grembiule bianco e fiocco rosa. Sul petto, o sul braccio, campeggia il distintivo, il numero romano indicato, evidenzia la classe di appartenenza.
Qualcuno approfitta dell’attesa per fare un salto da Lisetta, la cartoleria di fronte. Odore d’inchiostro, di carta, ma anche di cicche e caramelle. Acquistavo sempre, ogni anno, un pallottoliere tascabile, richiudibile a libretto, tutto colorato.
Ero pronto, io avevo il fiocco rosso, più di 40 ragazzini, un maestro, simile nel fisico a John Wayne, una classe collocata negli scantinati, con vecchi banchi di legno, con porta calamaio.
Ero pronto, mi divertivo, e se sbagliavo sapevo che la colpa era mia, il maestro (chiamato professore nello stile mediterraneo “accrescitivo” dove un geometra era ingegnere!) insegnava, ma io dovevo applicarmi. Il rispetto per la sua figura era, come si direbbe oggi , trasversale, da parte di tutte le classi sociali.
Il muro dell’ingresso ospitava un manifesto truce e colorato, insegnava come comportarsi in caso si trovassero bombe inesplose. Le immagini raffiguravano bambini troppo curiosi che esplodevano, forse un manifesto del dopoguerra, anche se eravamo ai primi anni ’70.
La campanella, il bidello, s’iniziava, oggi tocca a sette milioni e 830 mila studenti, e a 137 mila precari. La scuola, un percorso da fare con gioia e da cui trarre soddisfazione e divertimento, tutti devono collaborare per far si che accada, a partire dalle famiglie, il loro ruolo, troppo protettivo, delegittima i maestri, i professori, se uno studente è un somaro bisogna capire , comprendere, le cause ma non prestarsi al gioco complottista dei figli “i professori ce l’hanno con me!”. E’assurdo!
I genitori di oggi dovrebbero essere più pronti a capire le difficoltà del docente nel gestire quaranta scalmanati, sembra facciano di tutto per peggiorare le cose.
Così non si preparerà nessuna nuova generazione, ma solo dei molluschi (i molluschi mi perdonino!) che per le fobie delle mamme nei confronti degli acari non hanno mai giocato con i pupazzetti sul tappeto di casa.
E’ chiaro, in un clima come questo essere professore, maestro o diventa un lavoro da svolgere con spirito zen e valium o da missionario. Se poi aggiungiamo il grande contributo creativo fornito da tutti i ministri dell’istruzione, ce ne era uno, tanti anni fa, che si chiamava Malfatti, forse un sinistro presagio sui risultati che si sarebbero ottenuti a furia di tagli e riforme?
In questo clima più che augurare un buon anno agli studenti desidero rivolgerlo ai loro insegnanti, e soprattutto a quei precari, con l’auspicio che alla fine dell’anno siano “promossi”.

