Dove eri in quel momento? Questo quesito viene di solito rivolto, nell’era dei mass media, del villaggio globale, per quegli eventi resi tali, appunto, dalla televisione. Molti si sono chiesti cosa stessero facendo mentre John Kennedy veniva assassinato, nel 1963, a Dallas, oppure quando la semifinale Italia-Germania, della Coppa del Mondo 1970, finì 4 a 3. Oppure quando Nei Armstrong pose , nel 1969, il primo piede umano sulla luna?
Oggi, per chi ha almeno 15 anni, il quesito sarà “dov’eri l’11 settembre 2001 ?”. Sappiamo tutti cosa accadde in quella data, tra le 8.45 e le 10.29, ora di New York, i due grattacieli del World Trade Center, prima colpiti e poi crollati, il Pentagono, sede del ministero della difesa, attaccato. Tutto utilizzando aerei di linea, normali aerei carichi di passeggeri, tra i quali 19 dirottatori, per un totale di quattro aerei. Il quarto, il volo della United 93, cadde in Pennsylvania senza raggiungere l’obiettivo, per la ribellione dei passeggeri.
Le vittime dell’attacco dell’11 settembre furono 3142, nelle torri morirono 2750 persone, tra cui 343 vigili del fuoco e 60 poliziotti.
Un’ecatombe! Quello che seguì è storia nota, una guerra infinita per stanare Osama Bin Laden, la caduta di Saddam Hussein, il crollo delle economie occidentali, la morte di migliaia di persone, soldati e civili, e, immancabile, il solito gruppo di complottisti, pronti a dimostrare che l’attacco alle torri era stato provocato volontariamente dagli Stati Uniti.
Tutto questo, però, non è servito a niente, oggi, come ieri, siamo meno tolleranti, più chiusi e sospettosi. Per chi, come me, ha rivisto tutti i vari dossier e documentari dedicati a questa tragedia, viene d’obbligo domandarsi se la visione collettiva di un evento, invece che generare compassione e commozione, lo privi in realtà della sua verità, trasformandolo solo in una fiction, generando quindi solo un’emozione mediatica, alla pari di quella che si può provare guardando l’ultima puntata di Lost o la finale di Coppa del Mondo.
Quando “l’evento” si conclude diventa materia di narrazione da cassetta, suscitando emozioni attraverso le storie di dolore dei parenti e di coloro che non credono, dei complottisti, gli stessi che abbiamo sentito sulla morte di Kennedy o sul mai avvenuto sbarco sulla luna.
Sembra che in questi dieci anni, nella gente, non sia accaduto nulla, che vivano gli eventi non come testimoni della storia, da trasmettere alle future generazioni, ma come spettatori, e come tali, quindi, a meno che non sia un concerto rock, attori passivi e amorfi.
Quella passività che ha impedito di trasformare l’11 settembre in una lezione utile a costruire un nuovo mondo, lontano dall’equilibrio del terrore e facile preda di speculatori. Tutto questo non è stato fatto, non solo a livello politico, ma anche nel quotidiano vivere di ciascuno di noi, dove allora, come ora (e forse di più’) eravamo pronti a guardare con sospetto e denunciare ogni musulmano che incontravamo.
Un altro esempio di come un evento mediatico non insegni ma faccia sprofonadre ancora più nell’oblio. Lo stesso oblio da cui vogliamo riscattarci rendendoci a nostra volta protagonisti e domandando sempre “tu dove eri?”

